I sequestri, Mesina, la Colombia: la vita spericolata del fotoreporter Antonello Zappadu
I suoi racconti tra scoop e vita privata: «Attilio Cubeddu? Inutile cercarlo, è stato ucciso alle fine degli anni ’90»
È la vera rockstar del fotogiornalismo italiano. Divisivo e spericolato, sembra uscito da un romanzo criminale degli anni Settanta, ma con le scarpe impolverate di Barbagia. Nato a Pattada nel 1957, figlio d’arte del giornalista Rai Mario Zappadu, Antonello ha fotografato mezzo secolo di storia italiana. E sempre vicino al punto in cui le cose accadono. Sequestri di persona, banditismo, latitanti, processi e scandali internazionali. Nel mezzo c’era sempre lui.
Negli anni più feroci dell’Anonima sarda entra nei territori dove pochi cronisti osano mettere piede. Frequenta i paesi del silenzio, tratta con sacerdoti, e conosce i codici non scritti della Barbagia. Poi c’è l’amicizia, controversa, con Graziano Mesina, e i sequestri Farouk e Melis, che lo rendono figura ambigua per lo Stato ma leggendaria per gli appassionati della cronaca nera. Sopravvive, nel ’96, a un agguato armato rispondendo al fuoco. Poi arriva Villa Certosa, con quelle foto che lo fanno entrare definitivamente nell’immaginario collettivo italiano e internazionale. Da solo, in gran segreto, riesce a violare l’inviolabile: Villa Certosa, il personalissimo palcoscenico di Silvio Berlusconi. Quelle foto, scattate tra il 2006 e il 2009 faranno il giro del mondo.
Zappadu, come sta?
«Non è un periodo bellissimo. Ho preso il Covid cinque volte in Colombia. Da ragazzino ero dislessico, ma allora la dislessia non era conosciuta e già dalle elementari ho sofferto molto. Verso le medie avevo cominciato a rimettermi a posto, e la cosa si è attenuata. Poi dopo aver passato il coronavirus la dislessia è tornata e ho qualche difficoltà. Ora aspetto che mi passi».
Ma Antonello Zappadu da piccolo che bambino era?
«Ero inquieto. Mia madre, ogni volta che mi vedeva uscire pensava sempre al peggio. Diceva: “Mamma mia…”. Poi a un certo punto ho scoperto la fotografia».
In che modo l’ha conosciuta?
«Io e mio fratello Piero, che è più grande di me di un anno e otto mesi, eravamo una banda (ride, ndr). Un giorno ci fermarono i carabinieri e ci portarono in caserma, il maresciallo, che conosceva mio padre, lo avvisò e lui venne a prenderci. A un certo punto il maresciallo disse che stava succedendo qualcosa a Lanusei: era la strage del 1972. Mio padre, invece di portarci a casa, per non perdere tempo, ci portò lì con lui. Mi diede una macchina fotografica e fotografai la strage. Avevo 14 anni, il mio primo servizio».
Da lì è iniziata la sua carriera?
«Sì. Vincenzo Parisella, direttore della Nuova Sardegna di quel tempo, quando vide quel lavoro mi disse: “Perché non lavori con la redazione di Olbia?”. Mi iscrissi alle superiori e lui chiese al preside di lasciarmi uscire da scuola nel caso succedesse qualcosa di importante».
Qual è stato il suo primo grande scoop?
«Il sequestro Carassale. Lo vendetti a Oggi e da lì arrivò anche l’Associated Press. Però poi partii militare e dovetti fermarmi».
Dopo il servizio militare cosa accadde?
«Quando tornai ci furono 17 sequestri, tra cui quello di Fabrizio De André, erano anni caldissimi. Io intanto avevo già stretto amicizie tra carabinieri, finanza e polizia».
Aveva già una bella rete di conoscenze...
«A quella età, credo 21 anni, facevo le foto alle forze dell’ordine, le sviluppavo e gliele regalavo. Ero un ruffiano».
Lei ha seguito anche il sequestro di Farouk Kassam. Sul riscatto però ci sono ancora tante voci, la sua qual è?
«Fateh Kassam, padre di Farouk, non mise niente. I soldi li ha messi tutti lo Stato. C’erano 600 milioni raccolti dal giudice Lombardini, la restante parte erano soldi dei servizi segreti».
Lei sostiene anche che Farouk, durante i mesi del sequestro, non sia stato tutto il tempo in Sardegna.
«Il piccolo Farouk venne portato in Corsica con un motoscafo che partì da Cannigione. Nel tratto di mare all’altezza di Caprera il bambino è stato dato a un gruppo di corsicani. Solo tre mesi prima della liberazione lo riportarono in Sardegna».
Ha rischiato la vita più volte, nel 1996 è sfuggito a un agguato armato rispondendo direttamente al fuoco.
«Sì, ma l’agguato non era per me».
Come andò?
«Ero nella zona di Oliena perché mi dissero che c’era un incontro tra delle persone che avevano incastrato Graziano Mesina, quando venne arrestato per possesso di armi. Mi fermai lì qualche giorno per studiare la situazione. Una sera, mentre guidavo, mi fermarono degli uomini incappucciati, che si misero uno davanti e uno dietro la macchina. Mi buttai sul sedile del passeggero. Uno dei due aveva un fucile, ma non sparò, presi una pistola a tamburo che avevo nel cruscotto e gli spari. Scapparono».
Perché questi due spararono?
«Perché l’agguato non era per me. Qualche tempo dopo ero a Orgosolo, alcuni amici mi dissero: “Ti sei salvato perché non avevi capelli”».
Poi arrivò il sequestro Melis, lei sostiene che la polizia sapeva.
«Un ispettore di Polizia della Catturandi in pensione mi raccontò che, intercettati da delle cimici, due pregiudicati parlavano di possibili sequestri, come se avessero una lista: un proprietario terriero di Olbia, già sequestrato in precedenza; un imprenditore dell’Oristanese, un magistrato e poi la figlia di Tito Melis. Io non sapevo chi fosse. Quando venni a sapere del sequestro di Silvia Melis pensai subito a quel racconto. La famiglia mi disse, a differenza degli altri tre “obiettivi”, che non venne mai avvisata del pericolo imminente ».
Dopo la morte di Graziano Mesina nella lista dei latitanti più pericolosi è rimasto Attilio Cubeddu.
«Inutile cercarlo, Attilio Cubeddu è morto».
In che senso?
«È successo alla fine degli anni ’90, doveva costituirsi a La Maddalena e i servizi gli spararono e lo uccisero».
Perché?
«Avevano paura che parlasse»
L’altro latitante è Giovanni Motisi, boss di Cosa Nostra, lei diede la notizia della sua morte, nonostante non venne mai confermata.
«Anche Giovanni Motisi è morto. A Cali, in Colombia, città dove ho vissuto. Su questa cosa sono stato sentito anche dalla procura di Palermo».
Poi arrivarono le fotografie di Villa Certosa, come hanno cambiato la sua vita?
«È cambiata in peggio. Venni licenziato e nessuno voleva più lavorare con me, avevano paura. Poi alla fine però ho vinto io».
Sul prezzo di vendita delle foto di Berlusconi girano tante voci, qual è quella vera?
«Arrivai ad un accordo da un milione e mezzo di euro con un giornale, per 500 fotografie. Poi la storia la conosciamo e saltò tutto. Alla fine mi chiamò El País e mi diedero 80mila euro per otto fotografie».
Lei ha raccontato anni di criminalità, oggi come è cambiata in Sardegna?
«La cocaina, il traffico di stupefacenti e gli assalti ai portavalori convengono molto di più rispetto ai sequestri. Se assalti un portavalori al massimo ti fai 8 anni di carcere, con i sequestri ne rischiavi anche 30».
E lei invece che rapporto ha con l’isola?
«Per me la Sardegna è il paradiso. Ho vissuto in Colombia, ma c’è troppa criminalità. Addirittura i guerriglieri volevano sequestrarmi».
Che programmi ha per il futuro?
«Nessuno, sono stanco».
Suo figlio è il rapper Hell Raton, volto della musica italiana ed ex giudice di XFactor, è orgoglioso di lui?
«Tantissimo, Manuel è un piccolo genio, un vero artista».
Avete un bel rapporto?
«Io vorrei averlo, ma lui no. Chissà, tempo al tempo».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
