Caso sospetto di Ebola a Cagliari, Bassetti invita alla prudenza: «L’effetto “al lupo al lupo” può essere pericoloso»
L’infettivologo: «Non è pensabile che ogni persona di ritorno da Congo o Uganda venga trattata come un vettore del virus»
Sassari Una febbre notturna, una provenienza geografica scritta sulla carta d'identità (il Congo) e la macchina sanitaria si accende. Via Manno a Cagliari viene transennata, il traffico pedonale sigillato. È la liturgia del sospetto che anticipa la scienza. Prima ancora che i biologi abbiano il tempo di guardare dentro un microscopio, la paura prende la scena. In questo cortocircuito tra cautela e spettacolo, l'epidemia più difficile da contenere rischia di essere quella dell'allarmismo. Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie Infettive del Policlinico San Martino di Genova, traccia il confine tra il dovere della prudenza e l'errore della psicosi.
«In una fase delicata come questa, con un focolaio attivo in Africa, serve la massima cautela. Blindare una via e diffondere notizie premature ha un impatto psicologico fortemente negativo sulla popolazione. Abbiamo già avuto un precedente a Como, con un paziente poi trasferito al Sacco di Milano. Se continuiamo così, il rischio è che la gente perda fiducia e pensi che ci stiamo inventando qualcosa. L’effetto “al lupo al lupo” può essere pericoloso. Non conosco le ragioni logistiche che hanno spinto a chiudere la strada a Cagliari, ma questi interventi vanno gestiti in modo più silenzioso, senza esporli in questo modo all'opinione pubblica».
Pensa che l'attivazione dei protocolli sia diventata troppo automatica?
«Non possiamo permetterci di andare avanti così nelle prossime settimane o mesi, perché è evidente che questa epidemia non si risolverà domani. Non è pensabile che ogni persona di ritorno dal Congo o dall'Uganda venga trattata come un caso di Ebola per una linea di febbre, magari dopo essere stata in zone remote e senza aver avuto alcun contatto a rischio. Serve equilibrio. Ci siamo già passati con il Covid e non dobbiamo ripetere gli stessi errori».
Come si trova il giusto equilibrio tra la prevenzione e la psicosi collettiva?
«Bisogna evitare gli estremi: né negazionismo né allarmismo esasperato. A Cagliari è stata isolata un'intera area e posso solo immaginare la reazione delle persone, dato che la memoria collettiva è sensibilissima a questi stimoli. Per il futuro mi auguro maggiore moderazione».
Quali dovrebbero essere i criteri scientifici per definire un reale “caso sospetto”?
«Il protocollo deve scattare solo se il soggetto proviene da un'area a rischio e ha avuto contatti diretti con malati di Ebola. Il Congo è grande quanto l'intera Europa. Se il focolaio fosse in Polonia e il paziente arrivasse dall'Italia, la distanza ci sembrerebbe evidente. Certo, non si può escludere a priori che il contagio si sia esteso, ma Kinshasa al momento non è la zona interessata. L'epicentro è nella provincia nord-orientale, al confine con l'Uganda; per questo dico che bisognerebbe analizzare meglio la situazione prima di far scattare le sirene».
Qual è la sua previsione su questo specifico caso di Cagliari?
«Anche se i test potrebbero smentirmi a breve, sono convinto al 99% che si tratti di un falso allarme. Ritengo che le segnalazioni vadano protette dal massimo riserbo: si interviene, si gestisce il caso nelle sedi opportune e si comunica la notizia solo quando si ha la certezza assoluta della diagnosi. Altrimenti alimentiamo solo il panico».
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