La Nuova Sardegna

L’intervista

Il vicario generale del Patriarcato latino di Gerusalemme: «I potenti non vogliono la pace»

di Dario Budroni
Il vicario generale del Patriarcato latino di Gerusalemme: «I potenti non vogliono la pace»

Il vicario generale del Patriarcato Latino arriva a Porto Rotondo per un evento di solidarietà. Presenti anche Amii Stewart e Francesco Demuro

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Olbia La tregua è un cumulo di macerie, la speranza è travolta dalle violenze dei coloni. Gaza, Cisgiordania. E poi Gerusalemme, dove i pellegrini sono diventati merce rara e chi indossa una tonaca rischia di finire insultato e malmenato per le antiche strade della città. Monsignor William Hanna Shomali, davanti alla platea del Teatro Mario Ceroli di Porto Rotondo, domani parlerà soprattutto di questo. Nato 76 anni fa a Beit Sahour, piccola città palestinese a est di Betlemme, è vicario generale del Patriarcato Latino guidato dal cardinale Pierbattista Pizzaballa. Porterà la voce di uno dei luoghi più martoriati del pianeta in una delle destinazioni più esclusive del Mediterraneo. E lo farà all’interno di un evento di solidarietà organizzato dal quasi millenario Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme.

L’obiettivo è quello di raccogliere fondi per l’emergenza sanitaria e umanitaria nei luoghi santi e per l’occasione, sul palco del teatro, si esibiranno Amii Stewart, stella della disco e del pop, statunitense ma ormai sarda d’adozione, e il tenore turritano Francesco Demuro, di gran lunga uno dei migliori cantanti lirici in circolazione.

Monsignore, in che contesto si vive in questo momento in Terra Santa? Partiamo dalla Striscia di Gaza.

«Ufficialmente c’è la tregua, ma nella realtà no. Ogni giorno si spara contro una famiglia o contro un campo profughi e quasi ogni giorno si contano tra i cinque e i dieci morti. Un litro di diesel costa tredici dollari e le medicine quasi non si trovano, specialmente gli antibiotici. Il cibo entra, ma è molto costoso. Sono andato a Gaza lo scorso Natale: niente più strade, le case quasi tutte distrutte, cumuli di rifiuti, topi. Le scuole non esistono, difficilissimo trovare un lavoro. Hamas controlla ancora Gaza ed è un guaio, perché Israele, per la ricostruzione, mette come condizione la fuoriuscita di Hamas. Ma Hamas non è soltanto uomini, è un’ideologia: difficile farla uscire dalla testa dei fanatici. Di conseguenza, la gente di Gaza è condannata alla sofferenza».

E in Cisgiordania?

«La situazione è migliore rispetto a Gaza, ma i coloni sono diventati molto più aggressivi. Non c’è legge, se non quella della loro voglia di espandersi occupando le terre dei palestinesi. Commettono violenze, rubano, incendiano le auto, impediscono agli agricoltori di arrivare ai loro terreni, costruiscono illegalmente. Sono appena tornato da Betlemme: il carburante sta terminando e vediamo infinite file di auto davanti alle stazioni di rifornimento. La circolazione tra i villaggi e le città è limitata dai checkpoint. Anche in Cisgiordania c’è pochissimo lavoro».

Quanto è cambiata Gerusalemme negli ultimi anni?

«Io vivo proprio qui, a Gerusalemme. La città è controllata da Israele e la vita appare più normale, a parte il fatto che nella vecchia città quasi non si vedono più i pellegrini. Molti negozi che vendevano articoli e oggetti sono chiusi. Ormai solo pochissimi pellegrini raggiungono con coraggio i luoghi sacri: non bastano a far funzionare la macchina del turismo, ma ci danno la speranza che possano presto tornare numerosi».

È da quasi ottant’anni che si parla di pace, di due popoli e due Stati. Vede ancora una via d’uscita?

«Vivo in Terra Santa fin dalla mia nascita. E devo dire che, purtroppo, oggi la situazione è peggiorata. In passato, nonostante le crisi e i tanti problemi, il contesto era comunque diverso, mentre oggi viviamo tempi ancora più difficili. Sono i tempi dell’odio. Lo si percepisce anche camminando nella vecchia città di Gerusalemme. Non da parte di tutti, ma il rancore si sente nell’aria. Pochi mesi fa una suora è stata aggredita e io, quando cammino, adesso sono costretto a guardarmi attorno. Il rischio è quello di essere aggrediti. L’odio di alcuni israeliani non è rivolto soltanto verso i musulmani ma anche nei confronti degli uomini di Chiesa. Ci sentiamo poco amati».

Domenica parlerà in uno dei luoghi più ricchi del Mediterraneo.

«La Chiesa ha un programma molto serio in Terra Santa, soprattutto per Betlemme. Vogliamo continuare ad aiutare una popolazione che vive una situazione di grande bisogno e spero che anche in Sardegna la generosità sia così tanta da poterci sostenere».

Come opera la Chiesa in Terra Santa?

«In Palestina noi cristiani rappresentiamo l’1% della popolazione e in Israele e in Giordania il 2. Ma la nostra presenza, tramite le scuole, le università e gli ospedali, è molto più forte rispetto alle percentuali numeriche. La cosa importante è che ci rivolgiamo a tutti coloro che hanno bisogno: se aiutiamo un cristiano, aiutiamo anche il suo vicino di casa».

Secondo lei, quale può essere il ruolo della Chiesa lungo la martoriata via per la pace in Terra Santa?

«Quasi ogni domenica il Papa parla della necessità di negoziare la pace, tanto a Gaza quanto in Libano. Purtroppo, però, le leggi internazionali non vengono rispettate. Le soluzioni esistono, ma il problema è che le Nazioni Unite sono state messe da parte. Chi controlla il mondo, e quindi parlo dei potenti del pianeta, segue la legge dell’interesse e non quella del diritto. Se si stabilisce il cessate il fuoco, questo va rispettato. E non dimentichiamo che la soluzione dei due Stati esiste: bisogna lavorarci e non creare nuovi insediamenti per impedire il raggiungimento dell’obiettivo».

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