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L’intervista del sabato

Travis Diener, la leggenda della Dinamo si racconta: «Vedere le mie figlie calcare il parquet del PalaSerradimigni è stato bellissimo»

Travis Diener, la leggenda della Dinamo si racconta: «Vedere le mie figlie calcare il parquet del PalaSerradimigni è stato bellissimo»

L’ex cestista in vacanza con la famiglia: «Più passa il tempo e più il rapporto con la Sardegna si rafforza»

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Il giorno in cui annunciò il suo addio alla Dinamo versò calde lacrime e fece piangere quasi 2mila tifosi, arrivati al palazzetto soltanto per salutarlo. Oltre un decennio più tardi, a Travis Diener si sono nuovamente inumiditi gli occhi nel vedere le sue figlie maggiori, Karina e Mila, calcare lo stesso parquet, durante le partite che si sono tenute nei giorni scorsi al PalaSerradimigni. Loro in campo, lui in panchina come coach. Il leggendario play americano, che insieme al cugino Drake ha segnato tra il 2010 e il 2014 un’epoca indimenticabile dello sport isolano, è di nuovo in Sardegna per alcune settimane. Stavolta con la famiglia al completo.

Td12, bentornato nell’isola.

«Diciamo tranquillamente bentornato a casa».

Il tempo passa, ma...

«Ma tornare a Sassari per me e mia moglie è sempre un tuffo al cuore, un’emozione bellissima. Quando siamo andati via, ormai più di 10 anni fa, dicemmo che questa per noi sarebbe rimasta in qualche modo casa nostra. Più passa il tempo e più ne siamo convinti».

Stavolta vi siete portati dietro i vostri quattri figli ma anche le ragazze della sua Chapman Academy.

«Il camp che abbiamo organizzato insieme alla Dinamo e le due sfide con le ragazze di Sassari e Alghero è stata l’occasione per portare in Sardegna tutta la nostra squadra e anche molte delle famiglie. Un’esperienza magnifica, loro sono ripartiti dopo una settimana qua con le lacrime agli occhi. Sono felice di avere fatto conoscere a tanti connazionali questa magnifica terra».

Lei ora fa l’allenatore e nella squadra ci sono le sue figlie maggiori. Che effetto le ha fatto vederle giocare sul parquet del PalaSerradimigni?

«Mi ha aperto il cuore. Mi ha fatto tornare alla mente non solo la prima partita, contro Caserta, ma anche la primissima volta che ci ho messo piede. Arrivavo dalla Nba e non sapevo davvero cosa aspettarmi».

Cosa trovò?

«Non avevo ancora fatto nulla con la maglia della Dinamo, non mi ero ancora neppure allacciato le scarpe e al palazzetto trovai centinaia di persone solo per me. È in quel momento che ho iniziato a pensare che questo posto fosse speciale. E quando l’altro giorno ho visto Karina e Mila sul “mio” campo, giocare e divertirsi come facevo io, beh qualche lacrimuccia l’ho versata. Si vede che sto diventando vecchio...».

All’epoca lei era il leader di una banda di matti che aveva come coach Meo Sacchetti e come protagonisti suo cugino Drake, ma anche Vanuzzo, Devecchi, Sacchetti junior... Che ricordi ha?

«Non mi considero un nostalgico, la vita deve sempre andare avanti e quindi riapro sempre con parsimonia il libro dei ricordi. Ma qua ho vissuto davvero annate da impazzire. In questi giorni ho rincontrato Jack, Manuel, Brian, Massimino Chessa, Spissu e davvero sembra che il tempo non sia passato. Sono andato a trovare Tony al Quirinale, ho passeggiato per il centro e ho rivisto tanti vecchi amici. Domani sarò a cena con Meo... Insomma, ogni tanto un bel bagno di ricordi ci vuole».

Il basket giocato le manca?

«Sì certo, mi mancano la competizione, certe emozioni e anche le opportunità che ti offre una carriera professionistica. Se non avessi giocato a basket, non sarei mai finito a Sassari e non avrei fatto tante altre cose».

Qualche anno fa è stato a un passo dal tornare a Sassari come coach della Dinamo. Conferma?

«Sì è vero, ne parlai con Stefano (Sardara, ndr), col quale mi sento spessissimo, ma alla fine non se ne fece nulla. Chissà, magari non ero ancora pronto, ma in ogni caso mi piacerebbe da morire allenare in Italia. Adoro il vostro basket, e lo conosco abbastanza bene».

Lei conosce bene anche il nuovo coach biancoblù, Luca Vitali.

«Certo, conosco lui ma anche suo fratello Michele, e Jeff Brooks. Sarà un campionato duro, ma penso che faranno bene».

Com’è vedere la Dinamo retrocessa in A2 dopo tanti anni di successi?

«È strano, sorprendente, triste, ma può essere anche un’opportunità. Ci vogliono giocatori che lottano per la maglia e non per loro stessi, la gente ti supporta per questo. Il nostro gruppo di allora ne è la prova. L’anno scorso si è usciti da questo binario e la gente se n’è accorta. Ora però per tornare in alto serve anche tutto il calore del pubblico».

Nel suo essere coach e padre si ispira anche al rapporto tra i Sacchetti?

«Sì certo, osservavo con curiosità il rapporto tra Meo e Brian. Ma ricordo anche che da ragazzo sono stato allenato da mio zio, il padre di Drake. Faccio di tutto perché il mio ruolo di coach non interferisca in nessun modo con quello di padre. E come allenatore ho preso un po’ da Meo, perché sono diretto, aperto e mi piace lasciare molta libertà a chi sta in campo. Però insegno più la difesa che l’attacco, il che è un po’ strano perché in effetti da giocatore alla difesa non badavo molto...».

A proposito di Drake, lui come sta?

«Benone, anche lui fa il coach a livello liceale e secondo me è bravissimo. Tra l’altro i ruoli si sono invertiti, perché da allenatore io sono più calmo mentre lui si fa coinvolgere più facilmente. La prossima volta che tornerò in Sardegna lo infilerò a forza in valigia e lo porterò con me».

L’America di Trump vista dall’Europa appare lontana e immersa in una realtà di difficile comprensione. Com’è crescere una famiglia nell’America di oggi?

«È difficile dare una risposta, perché ognuno ha la propria percezione, data soprattutto da quanto sia piccola o grande la comunità nella quale si vive. Io non mi sono mai occupato di politica, posso solo dire che cerco di essere un buon padre e un buon cittadino, cerco di avere un impatto positivo sulla mia comunità. Ai miei figli insegno quello in cui credo, e per esempio credo molto nel vivere, conoscere e sperimentare altre culture. Questo viaggio, per i miei figli e per quelle 30 persone che sono venute in Sardegna con noi, tra giocatrici e famiglie, rappresenta esattamente questo. Un incontro di culture, un’esperienza indimenticabile dall’altra parte del mondo».

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