Moses Concas: «Vi racconto la mia storia, dall’armonica della nonna alle musiche di “La vita va così”»
L’artista classe ‘88 è impegnato in un fitto tour che tocca tutta l’isola e la Penisola
Basta un solo suono dell’armonica e l’atmosfera cambia. Il vociare si riduce, il pubblico si concentra, la piazza di San Pantaleo si accende. Sul palco c’è Moses Concas – al secolo Simone, classe 1988 –; le musiche sono quelle di Aici andat sa vida, “La vita va così”, colonna sonora del film di Riccardo Milani che Moses sta portando in tour sull’isola e in Italia. San Pantaleo era una delle numerose tappe.
È impegnatissimo in questo periodo.
«Sì, almeno fino all’autunno. Stiamo facendo dieci giorni no stop – oggi e domani appuntamento a Fondo Val di Non, il 10 a Sanluri, l’11 a Elmas, ndr –, poi una pausa e si riparte. Stiamo anche cercando di inserire qualche data all’estero, in Asia per esempio».
Il tour le sta dando grandi soddisfazioni. Com’è stato realizzare la colonna sonora di “La vita va così”?
«Bellissimo e con una super squadra, a partire da Riccardo Milani che mi ha voluto. All’inizio avrei dovuto fare solo qualche musica, invece ho fatto l’intera colonna sonora. Poi è arrivata anche la nomina ai Nastri d’Argento, una soddisfazione immensa, tanta roba. Significa che sto andando nella direzione giusta. Spero di fare tanti altri film».
Prima di guardare al futuro, però, vorrei fare un passo indietro. Il suo percorso ha due grandi spartiacque, Italia’s got talent nel 2016 e, appunto, “La vita va così”, ma com’è iniziato?
«Con un’armonica che mi regalò mia nonna quando ero piccolissimo. C’era scritto blessing, ma ancora non sapevo che volesse dire “benedizione”. Lei è stata la mia prima grande ispirazione: era sorda, ma ha continuato a suonare l’armonica e diversi altri strumenti fino a 94 anni».
E poi l’ingresso nel mondo del teatro e gli esperimenti con la beatbox.
«Ho sempre avuto la passione per il palcoscenico. A cinque anni ho iniziato a studiare molto seriamente e grazie al teatro ho imparato diverse lingue – e infatti, al telefono, gli scappan espressioni in inglese, francese, sardo, ndr –. Per anni ho recitato nella compagnia Les Enfants Terribles, con cui ho girato il mondo. Nella musica ho iniziato a fare esperimenti soprattutto in adolescenza. Ho provato con l’hip hop e con le lyrics: ho iniziato a cantare sulle mie produzioni. Avevo anche un’ossessione per il didgeridoo. E poi è arrivata la beatbox; volevo rendere attraverso quei ritmi le idee che avevo in testa, ma senza capire che fosse un mezzo di comunicazione. In tutto ciò, l’armonica era sempre lì, presente ma ancora nell’ombra».
Sembrerebbe un percorso lineare sin dalla tenera età, tutto improntato sulla musica e sull’arte. È stato così?
«In realtà non del tutto. A un certo punto ho deciso di iscrivermi alla facoltà di fisica, perché ero bravo anche in matematica. Però sentivo che stavo uscendo dalla persona che ero, era un mondo troppo lontano dal mio carattere. E poi una grave perdita mi ha riportato sulla mia strada».
Cos’è successo?
«È venuto a mancare Franco, uno dei miei migliori amici. In quel momento ho deciso di trasformare tutta la sofferenza che provavo. Ho capito che dovevo farci qualcosa, trasmutarla in linguaggio musicale. E allora ho rincominciato da zero».
La musica come catarsi.
«Esattamente. La musica esce da ciò che vivo, anche e soprattutto da quelle cose contro cui lotto. Riuscire a reagire a qualcosa è uno dei talenti maggiori, nell’arte come nella vita. Per questo la musica che parte dal mio cuore riesce ad arrivare a quello degli altri. È un passe-partout».
Ha anche deciso di partire per Londra.
«Sì, è lì che nel 2012 ho iniziato a suonare per le strade. E tuttora lo faccio».
Fa ancora street art?
«Per me è importante che il pubblico continui a riflettersi e ritrovarsi nel ragazzo che arriva dalla strada. Secondo me è tutto più genuino, non ci si aspetta nulla, si canta davvero solo per esternare la musica che si ha dentro senza alcun tipo di vincolo. Io mi ritengo ancora un artista di strada».
Ora veniamo all’altro spartiacque del suo percorso: cosa le ha lasciato Italia’s got talent?
«Sicuramente una grande soddisfazione, ma anche un conflitto interiore. Prima erano in pochi a stimarmi; sembrava che servisse quella legittimazione. Sono stato tanto criticato e giudicato, ma ho imparato a trasformare anche giudizi e critiche in motore. Dopo il talent ho anche capito che avrei dovuto continuare a lavorare sodo, che non era un punto di arrivo. Nel mantenere l’equilibrio e l’indipendenza mi hanno aiutato moltissimo i miei affetti».
Sul palco di San Pantaleo ha parlato del suo ritorno in Sardegna.
«È un regalo che mi sono fatto, era il mio sogno: dopo essermi formato all’estero ho sempre desiderato rientrare, tornare alle origini, ricercarne l’unicità ma anche portare un cambiamento».
Una decisione, quella di tornare nell’isola, che da molti viene considerata come un atto di coraggio. Perché secondo lei?
«È un luogo comune. Oltre dieci anni fa, anche per me fu difficile vedere le opportunità, l’isola non è stata una culla, come Londra, dove tutti son nessuno, ma riescono a inseguire i propri sogni. Ora, però, è possibile vivere qui, cercare le opportunità, crearsele. Faccio workshop con i giovani proprio per trasmettere questo messaggio. Vorrei essere d’ispirazione per loro. Ho vissuto anche io periodi difficili; ma oggi sono ricco di intenzioni e di gioia».
Ha anche aperto uno studio di registrazione.
«A Quartu Sant’Elena, la mia città. Lì registrerò il mio terzo album e pure i lavori di tanti altri artisti; molti sono giovani».
Ci dà qualche anticipazione su questo terzo lavoro?
«Caparezza diceva che per un artista l’album più difficile è il secondo. Per me è stato senza dubbio il terzo. È in cottura dal 2020. Un po’ per i tanti impegni, ma un po’ anche perché ci sono cresciuto sopra».
Ora possiamo chiudere il cerchio. Cosa vorrebbe per il suo futuro?
«Continuare a viaggiare, perché credo che mi aiuti a mantenere quel legame tra vita e musica. Ma soprattutto, mi auguro di rimanere sempre fedele a me stesso»
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