La Nuova Sardegna

L’allarme

Mediterraneo bollente, rischio eventi estremi anche in Sardegna

di Claudio Zoccheddu
Mediterraneo bollente, rischio eventi estremi anche in Sardegna

Nel Tirreno le temperature superano i 30 gradi, in autunno cresce il pericolo di cicloni tropicali

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Sassari Più caldo del Mar Rosso. In alcune aree, molto più caldo. La versione “Estate 2026” del Mar Mediterraneo è in stile tropicale ed è destinata a passare alla storia: mai come in questi giorni la temperatura del Mare Nostrum è stata alta, a tratti altissima. Se fossero solo picchi isolati, l’allarme sarebbe meno preoccupante. Il problema è la temperatura media e quello che potrebbe portare in dote una volta che l’atmosfera si sarà raffreddata, con l’arrivo dell’autunno. Perché l’isola è al centro della “polveriera mediterranea” ed è dunque esposta ad eventi climatici che, con queste condizioni, potrebbero essere catastrofici.

Le rilevazioni I dati sono inequivocabili: la temperatura della superficie dell'acqua in molti settori ha raggiunto e superato i 30 gradi, un valore che fino a pochi anni fa era impensabile per le nostre latitudini. Secondo le rilevazioni dell'estate 2026, a Villasimius si sono toccati i 30,6 gradi, mentre temperature elevate sono state registrate anche ad Alghero, Carloforte e lungo gran parte delle coste. Si tratta di uno scenario che preoccupa gli scienziati perché l'isola, uno degli “hotspot” climatici individuati dal Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (Ipcc), è letteralmente sotto choc termico.

Il Mediterraneo si riscalda circa il 20% più in fretta della media globale e la Sardegna si trova in una posizione particolarmente sensibile . Secondo il report “Mare Caldo” di Greenpeace, l'isola dell'Asinara ha registrato ben 14 ondate di calore marine in un solo anno, un record nazionale ormai vecchio di due anni che la dice lunga sulla gravità della situazione. Le acque intorno a Capo Carbonara hanno fatto registrare anomalie di +3,46 gradi, mentre all'Asinara l'anomalia ha raggiunto i +3,5 gradi durante un'ondata di calore durata 41 giorni. In alcune zone, come rilevato da Copernicus, si sono toccati picchi fino a +6 gradi rispetto alle medie stagionali. Uno degli aspetti più allarmanti emersi è che il caldo non rimane confinato nei primi strati dell’acqua. Il calore accumulato in superficie durante i picchi estivi si propaga progressivamente anche in profondità, raggiungendo i 30-40 metri di profondità con temperature fino a 25 gradi. Questo fenomeno, documentato dal progetto Mare Caldo di Greenpeace, ha conseguenze dirette sugli eventi atmosferici autunnali ma anche ecosistemi marini più profondi, mettendo a rischio habitat chiave come le praterie di posidonia oceanica.

L’allarme Questo accumulo di calore non è solo un problema per la biodiversità. Il geofisico e climatologo Antonello Pasini, in un'intervista alla Nuova Sardegna, aveva spiegato che per ogni grado in più nella temperatura dell’aria, questa può trattenere circa il 7 per cento di umidità in più. Tradotto: un mare più caldo significa un’evaporazione maggiore e un'aria carica di energia potenziale, il “carburante” ideale per fenomeni estremi. Le acque surriscaldate, infatti, aumentano l'evaporazione e saturano l'aria di umidità, creando un immenso accumulo di energia pronta a scatenarsi. Secondo il geologo Giulio Caso, il mare funziona come una batteria termica: più energia accumula, più violente saranno le tempeste che potrà scatenare.

Conto alla rovescia Il rischio si fa concreto. I climatologi prevedono che con l'arrivo delle perturbazioni atlantiche o dei fronti freddi in discesa dal Nord Europa, questo enorme “serbatoio” di calore possa interagire violentemente con l'aria più fresca e instabile in quota. Quando l'aria fredda in quota si sovrappone a un mare molto caldo, l'atmosfera diventa estremamente instabile, “come una molla compressa”. L'incontro tra masse d'aria così diverse può innescare la formazione di vortici ciclonici molto violenti. In gergo tecnico si parla Medicani (Uragani Mediterranei) o di Tlc (Tropical-Like Cyclone), ovvero cicloni che, pur non essendo uragani veri e propri, hanno caratteristiche simili e possono provocare danni devastanti. La differenza sostanziale con gli uragani tropicali è che i Tlc nascono proprio dall'afflusso in quota di aria molto fredda sopra una circolazione depressionaria che si trova su un mare caldissimo. Fenomeni che un tempo erano eccezionali rischiano di diventare sempre più frequenti: alluvioni lampo, grandinate di eccezionale violenza e raffiche di vento oltre i 100 chilometri all’ora.

L’isola a rischio La posizione della Sardegna, al centro di questo Mediterraneo bollente, la rende estremamente vulnerabile. Nei primi mesi del 2026, il ciclone “Harry” ha colpito con caratteristiche simili, scaricando nubifragi su un'ampia area dei settori centrale, orientale e meridionale . Secondo l'Osservatorio Anbi, il ciclone ha scaricato sulla Sardegna tutta l'energia accumulata nel bacino mediterraneo, le cui acque troppo calde (anche +2,5 gradi) hanno rappresentato il micidiale innesco per l'evento meteorologico estremo. Piogge intense, mareggiate e fenomeni violenti hanno evidenziato come questi eventi, pur rari, stiano diventando più frequenti e impattanti. Le proiezioni del Centro Studi per il Cambiamento Climatico (Cscc) prefigurano un futuro critico: entro il 2050, si prevede un aumento della temperatura media di circa 1,6 gradi, un incremento delle “notti tropicali” di circa 17 giorni l'anno e una drastica riduzione delle precipitazioni totali, compensate però da eventi di pioggia sempre più estremi e concentrati. Il livello medio del mare è già più alto di 20-25 centimetri rispetto al passato, e ciò significa che le onde superano e supereranno più facilmente barriere e lungomari. Uno scenario da incubo in cui manca solo la “tempesta perfetta”, quella che potrebbe non arrivare mai ma che non è più solo un argomento per catastrofisti da film hollywoodiano.

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