Fumo, fuochi e cannonate: così le torri della Sardegna lanciavano l’allarme lungo la costa
Dal Cinquecento una rete di sentinelle proteggeva l’isola dalle incursioni e trasmetteva i segnali da una postazione all’altra
Prima del telegrafo, della radio e dei radar, lungo le coste della Sardegna esisteva già una rete capace di trasformare un avvistamento in allarme. Il linguaggio era elementare ma efficace: fumo di giorno, fuochi di notte, colpi di cannone o di spingarda e il suono di un corno. Una torre vedeva il pericolo, lanciava il segnale e quella successiva lo raccoglieva. Non era una muraglia continua: era una catena di occhi.
Le prime torri sono precedenti alla dominazione spagnola, ma la svolta avvenne nel Cinquecento, quando il Mediterraneo era uno dei fronti dello scontro tra monarchia spagnola, Impero ottomano e reggenze barbaresche del Nord Africa. Le incursioni colpivano coste, villaggi e traffici. Nel 1572 il capitano Marco Antonio Camós percorse il litorale sardo per censire le difese: trovò appena 17 torri attive. Dopo la perdita spagnola di La Goletta, nel 1574, la costruzione della rete accelerò. Tra il 1584 e il 1621 vennero costruite 46 nuove torri e nei primi decenni del Seicento la rete arrivò a circa ottanta. A governarla fu la Reale Amministrazione delle Torri, nata con gli accordi del Parlamento del 1583 e formalmente ratificata da Filippo II nel 1587. Costruiva, riparava, pagava uomini e armamenti e controllava un sistema che non aveva soltanto compiti militari: le torri sorvegliavano anche contrabbando, traffici e rischi sanitari. Parte delle risorse arrivava da un dazio sui prodotti dell’allevamento esportati, soprattutto formaggio.
Non tutte le torri erano uguali. Le torrezillas, le più piccole, servivano soprattutto per l’avvistamento; le senzillas disponevano di un piccolo presidio e di artiglieria; le de armas, o gagliarde, erano le più robuste e meglio armate. L’ingresso era spesso collocato diversi metri sopra il terreno e raggiunto con una scala che veniva ritirata. Sulla terrazza, la piazza d’armi, una sentinella doveva restare di guardia giorno e notte. Anche i segnali seguivano regole precise. Alla comparsa di navi barbaresche, di notte si accendevano fuochi e di giorno si produceva fumo; il numero dei segnali indicava quante imbarcazioni erano state avvistate. Cannone, spingarda e corno rafforzavano l’allarme. Poi entravano in gioco le milizie, chiamate a contrastare gli sbarchi. Dove due torri non riuscivano a vedersi direttamente, intervenivano postazioni di vedetta intermedie, le cosiddette “guardie morte”. Con il declino della pirateria mediterranea, nell’Ottocento la funzione originaria perse importanza. La Reale Amministrazione fu soppressa nel 1842: 71 fortilizi risultavano ancora presidiati, mentre una trentina erano già disarmati. Restò però l’impronta sul paesaggio. Per secoli la costa sarda non era stata un margine, ma una frontiera da osservare senza interruzione. Le torri che vediamo oggi sono i nodi superstiti di quel grande sistema di comunicazione in pietra.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
