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Torri costiere della Sardegna: quante sono, dove si trovano e quali rischiano di crollare

Torri costiere della Sardegna: quante sono, dove si trovano e quali rischiano di crollare

Dalla Pelosa a Chia, da Bari Sardo al Sinis sono un centinaio quelle ancora in piedi

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Le torri costiere della Sardegna non sono semplicemente monumenti affacciati sul mare. Sono una carta geografica di pietra dell’isola: raccontano dove si navigava, dove si poteva sbarcare, quali coste erano più vulnerabili, quali approdi avevano valore economico e militare. Da secoli segnano promontori, golfi, spiagge e falesie, formando lungo il perimetro sardo una catena di sentinelle che oggi è diventata parte inseparabile del paesaggio. Dire quante siano, però, è meno semplice di quanto sembri. Il grande repertorio pubblicato da Gianni Montaldo nel 1992 ne cataloga 105; la Conservatoria delle coste ha censito invece 103 torri appartenenti al sistema storico della difesa antibarbaresca, 92 delle quali ancora esistenti al momento della ricognizione. Le cifre non coincidono perché le fonti adottano criteri e perimetri di censimento diversi. La fotografia più corretta, dunque, è questa: lungo il perimetro dell’isola si incontra un centinaio di antiche sentinelle di pietra, forse il più riconoscibile filo conduttore del paesaggio costiero sardo.

Sono sui promontori, all’ingresso dei golfi, davanti alle rade e alle spiagge, vicino alle foci e agli approdi che un tempo offrivano acqua e riparo alle navi. Alcune sono diventate vere icone. La torre della Pelosa, già esistente nel 1578 sull’isolotto davanti a Stintino, sembra oggi messa lì per completare una cartolina, ma controllava un passaggio marittimo strategico. A Santa Teresa Gallura la massiccia torre di Longonsardo domina le Bocche di Bonifacio; Torregrande, nel golfo di Oristano, è indicata dalla Regione come la più grande dell’isola. E poi Chia, Porto Giunco a Villasimius, la torre di Barì a Bari Sardo, le torri del Sinis e dell’Asinara: viste dalla terra segnano l’orizzonte, viste dal mare permettono ancora di intuire la logica con cui furono scelte le postazioni.

La distribuzione non è mai casuale. Le torri si addensano dove la costa offriva porti, tonnare, saline, sorgenti o facili punti di sbarco e dove, quando possibile, un’altura consentiva di vedere la torre precedente e quella successiva. Per questo la sequenza è particolarmente leggibile attorno ai grandi golfi e lungo il Sulcis, il Sinis, la costa di Alghero e quella meridionale; altrove le distanze aumentano e il rilievo naturale sostituisce in parte la muratura. Ogni torre, insomma, è anche la risposta a una domanda geografica: che cosa c’era da difendere in quel tratto di costa?

Oggi quella rete militare è diventata anche una rete di cammini. Il caso più evidente è il Cammino 100 Torri: 1.284 chilometri attorno alla Sardegna, divisi in otto grandi vie e 70 tratte. Il tracciato dichiarato dall’associazione incontra 105 torri e ne fa i punti di riferimento di un viaggio lungo il periplo dell’isola. È un rovesciamento di prospettiva affascinante: i luoghi dai quali per secoli si scrutava l’orizzonte per individuare un pericolo sono oggi quelli che il viaggiatore cerca per fermarsi a guardarlo. Anche il Cammino Minerario di Santa Barbara, 500 chilometri in 30 tappe nel sud-ovest dell’isola, incrocia questo patrimonio. Nella tappa tra Masua e Buggerru si passa per Cala Domestica, dominata dalla sua torre: la struttura oggi visibile fu avviata nel 1765 e completata tra il 1785 e il 1786, quindi appartiene alla fase più tarda della lunga storia delle difese costiere.

Essere costruite nel punto migliore per vedere il mare significa però trovarsi anche nel punto più esposto al mare. Vento, salsedine, pioggia, erosione delle falesie e instabilità geologica lavorano sulle torri senza sosta. Il caso simbolo resta quello di Scal’e Sali, sulla costa di San Vero Milis: nell’agosto 2012 una parte della torre crollò insieme al tratto di roccia su cui poggiava, dopo che erano già stati registrati movimenti e problemi di dissesto. Altre storie raccontano invece quanto un intervento possa arrivare appena in tempo. La torre di Columbargia, a Tresnuraghes, era arrivata a un rischio imminente di crollo: nell’aprile 2026 si è concluso il restauro che l’ha messa in sicurezza. Ad Abbacurrente, nel territorio di Porto Torres, l’erosione metteva in pericolo il basamento roccioso e nel 2026 sono partiti gli interventi di protezione e consolidamento. Per questo salvare una torre significa conservare molto più di un edificio antico. Significa tenere leggibile un tratto della storia della Sardegna e del suo mare. Perché quando una di quelle sentinelle scompare, sulla costa non resta soltanto un vuoto nel paesaggio: si perde un pezzo della memoria dell’isola.

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