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Gli invisibili

Caregiver, le storie: «Io ho avuto una vita, mia madre no. Si è dedicata a mia sorella»

di Luigi Soriga
Caregiver, le storie: «Io ho avuto una vita, mia madre no. Si è dedicata a mia sorella»

Dopo il dramma della famiglia romana, i racconti di chi assiste disabili. La testimonianza di Alessandra Corrias

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Sassari Ci sono vite che vanno avanti perché qualcun altro ha deciso di fermare la propria. Alessandra Corrias ha studiato a Roma, lavorato a Cagliari, si è costruita una famiglia. Sua madre, invece, da quando aveva 24 anni si prende cura della figlia disabile. «Io ho avuto una vita. Mia madre no». Sociologa, oggi lavora per il Comune di Dorgali. E dalla storia familiare racconta il lato invisibile dei caregiver. Che cosa significa essere caregiver?

«Nella maggior parte dei casi significa rinunciare a una parte enorme della propria vita. Ti dedichi completamente alla persona che devi assistere, che può essere un figlio, un genitore, un altro familiare. Diventa molto difficile costruire un’esistenza realmente indipendente, perché sei sempre legato ai suoi bisogni, ai suoi tempi, alle sue necessità».

In Sardegna esistono diversi strumenti di sostegno alle persone con disabilità. Non sono sufficienti?

«La Sardegna, da questo punto di vista, offre anche più opportunità rispetto ad altre realtà. Ci sono misure che alleviano il carico della famiglia e consentono, per esempio, di pagare servizi e assistenza. Gli stessi comuni mettono a disposizione le proprie risorse. Ma secondo me manca ancora qualcosa di fondamentale: il riconoscimento della dignità del caregiver».

Che cosa intende quando parla di dignità?

«Il caregiver svolge un lavoro, spesso per tutta la vita, ma quel lavoro rimane invisibile. Molti non possono avere un’occupazione perché devono assistere una persona 24 ore su 24. Non hanno indipendenza economica, non versano contributi. È come se dedicare la propria esistenza alla cura non avesse un valore sociale ed economico».

Lei questa situazione la conosce molto da vicino.

«Sì. Penso soprattutto a mia madre. Mia sorella ha una disabilità e mia madre si è occupata di lei per tutta la vita. Aveva 24 anni quando è nata. Era una ragazza e improvvisamente si è trovata catapultata in una nuova esistenza».

Che cosa ha significato per la vostra famiglia?

«Allora era anche più difficile di oggi. Mia sorella veniva seguita al Gaslini di Genova e i miei genitori dovevano viaggiare continuamente. Molti degli aiuti che esistono adesso non c’erano e gran parte delle spese ricadeva sulla famiglia. Mio padre lavorava, mia madre accompagnava mia sorella e io rimanevo con mia nonna e le mie zie. La disabilità finisce inevitabilmente per ridisegnare l’intera famiglia».

Eppure lei dice di considerarsi fortunata.

«Moltissimo. Siamo sempre stati una famiglia molto unita. Ci siamo aiutati e continuiamo a farlo. Mia sorella è cresciuta in una casa piena di persone, di affetto. Per me è stata un dono, anche se quando lo dico mi sento quasi egoista: forse lei avrebbe volentieri rinunciato a essere “un dono” per me per poter avere le mie stesse possibilità».

Cosa l’ha colpita della tragedia di Pietralata?

«Soprattutto per una frase lasciata da quei genitori: “Da soli non ce la facciamo più”. Io quella frase la capisco. Perché noi non siamo stati soli. Ma mi domando spesso che cosa sarebbe successo se lo fossimo stati. Se fosse mancata mia madre, oppure mio padre, i nonni, le zie, anche soltanto uno dei pezzi di questa rete. Sarebbe stato devastante».

Lei però, a differenza di sua madre, ha potuto costruirsi una vita autonoma.

«Ed è esattamente questo il punto. Io ho potuto realizzarmi perché c'era mia madre. Ho sempre partecipato alla vita familiare e alla cura di mia sorella, naturalmente. Ma io ho avuto una vita. Mia madre no».

Una frase molto dura.

«Ma è così. E credo che renda bene il problema. Dietro la libertà che alcuni componenti della famiglia riescono a conquistare c'è spesso qualcun altro che rimane. Qualcuno assorbe il peso maggiore della cura».

Oggi lei è tornata a vivere vicino alla sua famiglia.

«Sì, ho scelto di vivere sopra i miei genitori. Siamo ancora tutti molto vicini. Ma siamo una famiglia quasi "vecchio stile", una struttura che sta diventando sempre più rara. Nelle grandi città ancora di più. Non sempre hai i nonni, i fratelli, gli zii a pochi metri di distanza. E quando quella rete non esiste, il caregiver può rimanere completamente solo».

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