Fiere dell’isola tarocca, Coldiretti e Fasi: «Troppe imitazioni, tuteliamo i nostri prodotti»
Dopo il caso della festa che gira l’Italia imitando nomi e ricette, Mossa: «Immagini fuorvianti». Cualbu: «Problema diffuso»
Sassari A vedere certe immagini verrebbe da esclamare «che cafonata», alla Christian De Sica. Ma sulle prime fa ridere, poi fa indignare. Il caso della fiera itinerante “Su coro de Sardigna” apre una finestra su tutte quelle realtà che usano e storpiano nomi e marchi che fanno riferimento all’isola contando su consumatori ben poco attenti ai dettagli.
Centinaia di persone in questi mesi si sono sedute nelle panche della “festa sarda” portata a Biella, Pordenone e Genova convinte di respirare «l’atmosfera sarda» proposta nelle locandine e sui social con l’intelligenza artificiale. E invece erano finiti in una generica sagra dello street food che ha mascherato i suoi stand con «colori che richiamano lo stile nuragico moderno» e frasi che fanno Sardegna. Sardegna esotica. Tipo “ispinada di pecora” e “sa buttega sarda”. Dietro, di sardo, non c’era praticamente niente. Gli organizzatori si difendono: «Non è vero che non usiamo prodotti sardi». Ma tra il mettere sui tavoli un paio di marchi commerciali facilmente acquistabili nei supermercati di tutta Italia e promuovere una fiera tipica sarda c’è un mare di differenza grande quanto il Tirreno.
«Purtroppo in giro vediamo oscenità di questo tipo. Bisogna essere conoscitori e stare attenti ai dettagli», dice Bastianino Mossa, presidente della Fasi. La federazione delle associazioni sarde in Italia, più di 48, con 20mila associati. Per esempio? «Mi è capitato di vedere locandine di feste sarde con immagini che ritraevano costumi tirolesi e pecore visibilmente non sarde: razze australiane che nell’isola non si trovano». Il tarocco è dietro l’angolo.
“Su coro de Sardigna” è un format ideato e proposto da una società del nord Italia che negli altri weekend gira tra le regioni inscenando feste autenticamente irlandesi o messicane. «Un conto è promuovere la Sardegna seria, un altro è diffondere immagini fuorvianti», sostiene Mossa, che tra l’altro rivela di essere a conoscenza dell’ambigua fiera da tempo, «qualche mese fa per una loro tappa hanno contattato un nostro circolo locale in cerca di una partnership», ma il circolo di sardi emigrati – veri, loro – ha subodorato che quello sui banchi potesse non essere pecorino romano dop. E che quello nello spiedo potesse non essere un maialetto allevato in Sardegna. «In giro ci sono realtà che hanno un modo di vendere la Sardegna che non si allinea al nostro modo di vedere le cose – dice il presidente della Fasi –. La collaborazione e i protocolli d’intesa con i Consorzi di tutela del Pecorino Romano dop e dell’Agnello di Sardegna Igp dimostrano che la nostra mission è promuovere prodotti sardi Il prossimo riconoscimento del porcetto di Sardegna Igp sarà una risposta determinante contro i taroccamenti e il falso sardo che spesso viene proposto nelle sagre fuori dall’isola».
Non a caso, Battista Cualbu, presidente di Coldiretti Sardegna, cita proprio l’agognato riconoscimento («potrebbe arrivare entro l’anno») come simbolo dell’esportazione d’eccellenza. «Anche se da molte parti li fanno vedere cucinati alla sarda, spesso non sono i nostri porcetti». E «nelle prossime settimane» si lavora su un una dop per il pane carasau. «Ogni anno il falso Made in Italy produce 120 miliardi di euro, dentro c’è tantissima Sardegna – dice Cualbu –. I prodotti che associamo con orgoglio alle ricette della longevità vengono imitati. Pecorino romano, agnelli, cannonau, gnocchetti. È un problema diffuso».
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