El Niño diventa gigantesco, l’allarme dell’Onu: «Il pianeta entra nella zona di pericolo»
Il fenomeno continuerà a rafforzarsi nei prossimi mesi: crescono i rischi di caldo estremo, siccità, alluvioni e nuovi record globali
New York El Niño si è ormai pienamente sviluppato nel Pacifico tropicale e nei prossimi mesi è destinato a rafforzarsi fino a raggiungere un’intensità «molto forte». L’Organizzazione meteorologica mondiale lancia l’allarme: secondo le più recenti previsioni, la probabilità che il fenomeno persista fino a febbraio 2027 è vicina al 100 per cento. Il picco è atteso verso la fine dell’anno, ma le conseguenze sul clima potrebbero proseguire anche nei mesi successivi.
Il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres parla di un El Niño che sta assumendo dimensioni eccezionali. Il pianeta, ha avvertito, si trova in una «zona di pericolo» per gli eventi meteorologici estremi, mentre le temperature degli oceani e dell’atmosfera continuano ad aumentare. Anche la segretaria generale dell’OMM Celeste Saulo sottolinea la necessità di prepararsi a conseguenze rilevanti per popolazioni ed economie, con un aumento del rischio di siccità, inondazioni e ondate di calore.
El Niño è un fenomeno naturale legato al riscaldamento anomalo delle acque superficiali del Pacifico equatoriale centrale e orientale. Quando il riscaldamento dell’oceano si combina con una risposta dell’atmosfera, cambiano i venti, la distribuzione delle piogge e la circolazione tropicale. Gli effetti possono propagarsi a migliaia di chilometri di distanza, modificando temperature e precipitazioni in diverse aree del pianeta. L’intensità di El Niño, tuttavia, non determina automaticamente la gravità delle conseguenze in ogni singola regione: entrano in gioco anche altri fattori oceanici e atmosferici.
Alcuni segnali sono già visibili. In India agosto si è chiuso con precipitazioni inferiori del 16 per cento alla media, con El Niño indicato dal servizio meteorologico nazionale tra i fattori che hanno indebolito il monsone. In Indonesia caldo e siccità stanno aggravando il rischio di incendi, mentre sull’Atlantico l’effetto è opposto: El Niño tende ad aumentare il wind shear, cioè la variazione del vento con la quota, rendendo più difficile la formazione degli uragani. Nell’ultimo aggiornamento stagionale la NOAA attribuisce infatti una probabilità del 75 per cento a una stagione degli uragani atlantici sotto la norma.
Nel Pacifico, invece, le condizioni sono più favorevoli allo sviluppo di cicloni intensi. Tra mercoledì e giovedì si sono trovati contemporaneamente in attività gli uragani Lowell, Karina e Marie: una configurazione considerata poco frequente dagli esperti. Le acque molto calde forniscono energia alle tempeste e, in questa parte del pianeta, la circolazione associata a El Niño può creare condizioni favorevoli alla loro intensificazione.
Le conseguenze possono andare ben oltre la meteorologia. Ad agosto il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite ha stimato che il rafforzamento di El Niño potrebbe spingere quasi 50 milioni di persone in più verso condizioni di fame acuta, soprattutto nelle aree già esposte a povertà, conflitti e crisi climatiche.
Più complesso il quadro europeo. L’influenza di El Niño sul continente è meno diretta rispetto a quella osservata nelle regioni tropicali e dipende dalle interazioni con la circolazione atmosferica sull’Atlantico e con altri fattori climatici. Gli effetti tendono inoltre a essere più riconoscibili durante l’inverno, quando normalmente il fenomeno raggiunge la massima intensità. Per questo non è possibile ricavare dall’attuale El Niño una previsione meteorologica automatica per l’Italia o per l’Europa nei prossimi mesi.
C’è infine l’effetto sulla temperatura media del pianeta. El Niño trasferisce calore dall’oceano tropicale all’atmosfera e il massimo impatto sulle temperature globali può manifestarsi con alcuni mesi di ritardo. Il 2024 resta al momento l’anno più caldo mai registrato. Le previsioni climatiche coordinate dall’OMM indicano però che il forte El Niño atteso alla fine del 2026 aumenta la possibilità che il 2027 stabilisca un nuovo record. Non si tratta di una certezza, ma di un rischio che si inserisce su una tendenza di fondo già determinata dal riscaldamento globale di origine antropica.
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