Carasau, la sfida della Dop: «Si faccia solo con grano duro sardo»
A Nuraminis siglata un’intesa con l’obiettivo di tutelare la cerealicoltura nell’isola. Coldiretti: «Puntiamo a una filiera autoctona, dalla semina al prodotto finito»
Cagliari La partita del carasau si gioca molto prima che il pane arrivi in tavola: comincia nei campi, passa per i molini, per i forni, e alla fine può decidere il destino di migliaia di ettari sottratti alla cerealicoltura della Sardegna. È la sfida lanciata ieri mattina a Nuraminis da Coldiretti, che ha riunito produttori, trasformatori, industria, ricerca e istituzioni per costruire un sistema capace di restare nell’isola. Il confronto – al quale, oltre al ricercatore Marco Dettori e al presidente dell’Accademia sarda del lievito madre Antonio Farris, hanno partecipato anche il presidente di Confindustria Sardegna Alberto Cellino e l’ assessore regionale all’Agricoltura Francesco Agus – si è chiuso con la firma del Patto per una filiera sarda del grano duro, del carasau e del pistoccu. Il Patto di Nuraminis, appunto. «Quello che abbiamo siglato – sottolinea il presidente di Coldiretti Sardegna, Battista Cualbu – è molto più di un documento: è un’assunzione di responsabilità da parte di tutta la filiera. Il grano duro sardo ha qualità, agricoltori capaci e una storia produttiva importante, ma per troppo tempo abbiamo assistito alla riduzione delle superfici e alla perdita di valore della cerealicoltura. Ora mettiamo attorno allo stesso tavolo tutti i protagonisti e diciamo con chiarezza che il futuro può passare da una filiera tutta sarda, in grado di utilizzare il nostro grano per uno dei prodotti più identitari della Sardegna. Il carasau può diventare uno dei motori della rinascita del prezioso grano duro isolano».
I numeri snocciolati ieri fotografano bene la dimensione della posta in gioco. Nel 2008 nell’isola si coltivavano poco più di 78mila ettari di questa coltura, e nel 2026 la superficie si è ridotta a circa 23.600 ettari, con una perdita vicina al 70 per cento. Nello stesso arco di tempo, tuttavia, la resa è aumentata del 25,7 per cento. La produzione conserva inoltre qualità importanti, anche per il tenore proteico e glutinico: un patrimonio che può diventare una risorsa strategica per l’agro-alimentare.
«Abbiamo una materia prima che può soddisfare le esigenze della filiera e che presenta caratteristiche qualitative importanti – evidenzia Luca Saba, direttore di Coldiretti Sardegna – ma la qualità da sola non basta se non siamo capaci di trasformarla in valore economico. Per questo serve una filiera che coinvolga tutti: agricoltori, molini, trasformatori e panificatori. E non possiamo pensare a una filiera sarda se il grano prodotto dagli agricoltori sardi viene sostituito lungo il percorso. Dobbiamo costruire un sistema nel quale il valore resti sul territorio e nel quale chi coltiva il grano possa ricevere una remunerazione adeguata».
È questo il cuore dell’accordo: fare in modo che la materia prima coltivata nell’isola accompagni ogni passaggio, dal campo alla trasformazione fino al prodotto venduto. Carasau e pistoccu possono offrire uno sbocco di particolare valore a una produzione che oggi fatica a garantire reddito sufficiente ai cerealicoltori. «Serve però compattezza tra gli operatori e maggiore consapevolezza dei consumatori», rimarcano da Coldiretti.
Il Patto di Nuraminis è rivolto anche a chi il prodotto lo compra. Informare sulla provenienza locale diventa essenziale. La tutela dovrà rafforzare il legame con il territorio. Coldiretti guarda con favore, in prospettiva, al marchio Dop, mentre il Comitato promotore lavora sull’ipotesi Igp per carasau e pistoccu. Su un punto, però, la posizione è netta: qualunque sarà la strada scelta, il futuro disciplinare dovrà prevedere l’impiego esclusivo di grano duro coltivato in Sardegna. È questa la richiesta contenuta nell’intesa.
Ora il Patto dovrà tradursi in scelte concrete, accordi e regole condivise. La firma è infatti soltanto l’avvio di un percorso che coinvolgerà agricoltori, industria, ricerca, e istituzioni. «Dobbiamo recuperare il tempo perso», dice Cualbu senza troppi giri di parole. L’obiettivo è fare del carasau non soltanto il simbolo di una tradizione, ma uno dei motori della rinascita dei campi sardi e di una ricchezza capace di restare nell’isola.
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