Giacomo Spissu: «Sosteniamo idee, progetti e imprese così l’isola può puntare a crescere»
Il presidente della Fondazione di Sardegna a Connessioni 2026. «È un’occasione per fare rete e per confrontarsi sui temi dell’innovazione»
«La Fondazione riversa interamente sul territorio sardo e sulle sue comunità la sua importante capacità erogativa nei settori che stanno nel perimetro della sua missione: dal sociale alla cultura, dalla formazione alla ricerca, all’arte e allo sport. Una parte importante viene assegnata con bandi settoriali pubblici. Dietro gli oltre duemila progetti che finanziamo ci sono altrettante realtà che si strutturano, diventano più brave, si radicano nel territorio. L’importante non è solo distribuire risorse: è costruire in tutta la Sardegna una rete di imprese e progetti che creano sviluppo in tutta l’isola». Giacomo Spissu, presidente della Fondazione di Sardegna e vicepresidente dell’Acri con delega per il Sud, racconta così il lavoro dell’ente che da domani all’8 ottobre porta al padiglione Tavolara di Sassari la 4ª edizione di “Connessioni Future”. Tre giorni di incontri, laboratori e masterclass perché «è fondamentale stimolare il confronto e mettere in relazione imprese, idee e comunità».
Come opera nel concreto la Fondazione?
«Quei duemila progetti li finanziamo a bando nel sociale, nella ricerca, nello sport e nella cultura, e spesso sono di piccole associazioni. Può sembrare un intervento a pioggia, ma non lo è. Sapere che ogni anno la Fondazione mette a disposizione risorse consente a queste realtà di lavorare con continuità. Poi ci sono i progetti nostri, più grandi e duraturi: le convenzioni con le due università per didattica e ricerca, quelle con moltissimi Comuni. Isprom e Crenos realizzano per noi i rapporti. E ancora le iniziative con il teatro Lirico di Cagliari, con l’Ente concerti di Sassari, con il museo Man, il Nivola, lo spazio Ilisso, Casa Gramsci, solo per citare alcune delle realtà con cui portiamo avanti collaborazioni e progetti. Nel 2025 abbiamo messo in campo tra i 30 e i 40 milioni di euro».
“Connessioni Future” è alla quarta edizione: che risultati ha dato?
«Mette a confronto punti di vista, esperienze, competenze, e questo migliora la qualità di ciò che poi realizza chi partecipa. L’abbiamo incardinata a Sassari e il risultato che vediamo finora è che mettiamo in relazione gli operatori dell’innovazione. Ma da questi confronti nascono anche iniziative autonome: a Cagliari Sios, con cui selezioniamo start up innovative insieme a Cassa depositi e prestiti; a Sassari Bios, con Eni, Bonifiche Ferraresi e le università, nella filiera agroalimentare affrontata dal versante della chimica. Così isoliamo i temi emergenti e costruiamo buone pratiche che le istituzioni possono fare proprie».
Quale connessione manca di più?
«Più che indicarne una carente, direi che il tema è tenerle tutte collegate. È complicato pensare di risolvere l’abbandono scolastico solo migliorando la qualità della scuola: certo, va migliorata, ma intorno ci sono la condizione familiare, il disagio dei territori. Vorremmo che tutta la comunità sarda, non soltanto la politica, si concentrasse su come tenere insieme queste questioni per arrivare ad assumere scelte mirate che possano dare risposte chiare ed efficaci».
La dispersione scolastica è una delle priorità. Come intervenite?
«Partiamo da un dato: in Sardegna il tasso è quasi al 18%, la media nazionale intorno all’8. Le ragioni sono economiche, sociali, e dipendono anche dalla scarsità dei collegamenti: abbiamo 377 comuni sparsi in un territorio vastissimo, in gran parte sotto i 5mila abitanti. Lì spesso i ragazzi non hanno molto altro oltre l’orario scolastico. Noi proviamo ad affrontare tutto questo con i patti educativi, che coinvolgono Comuni, cooperative, associazioni del sociale e dello sport. Ne finanziamo una quindicina, per tre anni: il tempo minimo per capire se hanno migliorato l’educazione e la socializzazione dei ragazzi. Alla formazione, sport compreso, destiniamo circa 5 milioni l’anno. La competenza primaria sull’istruzione resta di chi vi è istituzionalmente preposto, noi possiamo dare un nostro contributo concreto».
Molti giovani crescono convinti che per realizzarsi si debba partire.
«Parliamo di giovani formati, quasi sempre laureati, sui quali le famiglie sarde hanno fatto un grande investimento che finisce a disposizione di realtà produttive fuori dalla regione. È un fenomeno molto meridionale e così il Sud contribuisce all’economia di altre regioni e di altri Stati europei. Il tema è trovare un lavoro corrispondente al livello di formazione e una retribuzione adeguata. Molti resterebbero anche a condizioni economiche inferiori, purché buone».
Quali strade ci sono per farli restare o tornare?
«La prima: anziché cercare un posto in un’azienda, questi ragazzi possono essere loro stessi un’impresa. Oggi dall’isola si può lavorare per chiunque, in qualunque parte del mondo, e molti giovani, sardi e no, tornano in smart working per la qualità della vita. Sono proprio le connessioni che consentono anche di restare qui. L’Einstein Telescope può essere certamente un motore di attività e iniziative. E a “Connessioni Future” Alessandro Aresu dirà quanto indotto di piccolissime attività c’è dietro un data center: segmenti che si possono sviluppare anche in Sardegna».
E la Fondazione come sostiene chi prova a fare impresa?
«Finanziando molte piccole imprese: alcune crescono, altre meno, ma è una semina. Se l’esperimento funziona, il pubblico, la Regione con la Sfirs, le stesse banche devono rischiare il giusto per favorire questa energia positiva, vediamo spesso giovani bravissimi, con buone idee, che vogliono fare cose grandi».
Sullo sfondo c’è lo spopolamento: le proiezioni al 2050 preoccupano.
«Abbiamo il tasso di fecondità più basso d’Italia e nel 2050 la Sardegna perderà quasi 500mila abitanti, mentre crescerà molto il numero degli anziani. Non c’è una ricetta che inverta la tendenza in breve tempo, né una singola misura sufficiente: serve uno sguardo lungo, oltre le logiche elettorali che cambiano ricetta ogni cinque anni. E con le sole risorse endogene non ce la facciamo: va affrontato seriamente il tema dell’immigrazione. Già oggi le imprese sarde non trovano lavoratori per il 50% delle richieste. Serve un’accoglienza adeguata, ricordandoci che negli anni ’50 e ’60 gli emigrati eravamo noi».
Che cosa vorrebbe che lasciasse questa quarta edizione?
«Molte buone idee: la contaminazione è decisiva. Noi creiamo un habitat favorevole alla conoscenza, allo scambio, alle relazioni, da cui possono nascere progetti. Dobbiamo individuare soluzioni a problemi complessi come lo spopolamento, la dispersione scolastica, la povertà. E c’è bisogno di ricostruire comunità e rapporti, perché siamo sempre più connessi ma sempre più soli».
E il suo invito a giovani e imprese per questi tre giorni?
«Devono venire per avere una visione diversa, che non deve essere di rassegnazione. I dati servono a capire cosa fare, ma il messaggio è di ottimismo: ce la puoi fare, non da solo ma insieme agli altri, alle imprese, alle associazioni, alla politica».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
