Silvia Salis: «Mio figlio Eugenio è nato con la fecondazione assistita. Il suo cognome? Un omaggio alle donne»
Nel libro “È già domani” la sindaca di Genova parla della sua scelta: «Una esperienza emotiva straordinaria, non ha senso vergognarsi»
Genova Racconta che per un anno con il marito, il regista Fausto Brizzi, avevano provato ad avere un figlio. Di fronte all’assenza di problemi segnalati dalle analisi ma all’arrivo mancato della gravidanza, la coppia ha deciso di ricorrere alla fecondazione assistita. Si tratta di un capitolo inedito della vita di Silvia Salis, sindaca di Genova, mai raccontato pubblicamente prima d’ora, che trova spazio nel libro È già domani, in uscita oggi 13 ottobre per Feltrinelli e di cui Repubblica ha anticipato alcuni passaggi.
La maternità e la scelta
«Per molto tempo avevo pensato alla maternità come a qualcosa che sarebbe arrivato naturalmente», scrive Silvia Salis, ripensando al percorso che nel 2023 ha portato alla nascita del figlio Eugenio. L’ex atleta olimpica, originaria della Sardegna (comune di Sorso) dalla parte paterna, ammette di aver creduto a lungo di poter attendere il momento giusto, un convincimento diffuso soprattutto tra le donne impegnate in percorsi lavorativi intensi: «Si crede che il tempo sia elastico, che le stagioni della vita possano essere spostate come appuntamenti su un’agenda. A un certo punto capisci che il corpo ha un suo calendario e che la maternità, come molte cose importanti, non è sempre una strada lineare». Nel testo, la sindaca ripercorre le visite, le telefonate dei medici, l’attesa dei risultati e l’incertezza vissuta in quei mesi: «La fecondazione assistita è una tecnologia straordinaria, ma non è mai soltanto una questione tecnica. È un’esperienza emotiva complessa. Ogni passaggio ti mette davanti alla parte più vulnerabile di te». Anche alla notizia della gravidanza, la felicità è stata mista all’incredulità: «Come se il corpo avesse deciso di ricordarmi che la vita, anche quando sembra complicarsi, trova sempre modi inattesi per andare avanti».
Perché parlare della fecondazione assistita
La scelta di condividere questo percorso risponde alla volontà di contribuire a superare il silenzio che spesso circonda la procreazione medicalmente assistita: «Non c’è niente di cui vergognarsi. Per me è importante parlarne, così come ha fatto la deputata democratica statunitense Alexandria Ocasio-Cortez nell’agosto scorso, condividendo sui suoi canali social il percorso di congelamento degli ovociti a trentasei anni». Una testimonianza definita utile per riportare l’attenzione sui costi dei trattamenti e sulle tutele per chi sceglie di preservare la fertilità.
Il cognome del figlio e l’omaggio al padre
Il figlio della coppia si chiama Eugenio Salis, un nome che richiama quello del padre della sindaca, scomparso dopo aver trascorso quasi un anno e mezzo con il nipote. «Quando finalmente lo accolsi in braccio capii che il futuro aveva un nome. Quello di mio papà», scrive Salis, ricordando come i due Eugenio dormissero abbracciati ogni pomeriggio. Dopo la scomparsa del nonno, al bambino è stato spiegato che il «nonno marinaio» era tornato nel mare amato, e ancora oggi, affacciandosi sulla terrazza di casa a guardare le onde, il piccolo viene invitato a salutarlo. La decisione di attribuire al bambino il cognome materno, tuttavia, va oltre il tributo familiare: «Fausto e io abbiamo deciso di dare a Eugenio il mio cognome per dare un esempio, il nostro piccolo segnale per contribuire a una rivoluzione sociale», spiega Salis, richiamando la sentenza del 2022 della Corte costituzionale che ha superato l’automatismo del cognome paterno. «Per secoli le donne hanno visto il proprio nome sparire nella genealogia familiare», osserva la sindaca, precisando che tale scelta «non significa affatto negare il ruolo del padre», ma riconoscere la condivisione delle stesse responsabilità tra maternità e paternità.
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