Luca Loddo, ex direttore della miniera di Sos Enattos: «Per l’Einstein Telescope ci ridevano in faccia, cambierà i destini dell’isola»
Parla l’anima del progetto: «Che dispiacere gli attentati ai ricercatori, chi contesta non ha capito nulla»
Il paradosso è che il regno del silenzio è stato individuato dopo uno squillo. Nel 2010 nella margherita delle possibilità per la miniera di Sos Enattos restava solo un petalo da sfogliare: l’archeologia industriale. Tradotto: i tunnel aperti ai turisti con i minatori come guide. Un bel progetto che però non aveva scalato la classifica delle emozioni. Fino a quando una telefonata improvvisa ha rotto il silenzio proverbiale di Sos Enattos e ha cambiato tutte le prospettive. Da un capo del telefono c’era un fisico della Sapienza di Roma che cercava un luogo silenzioso che potesse ospitare il centro di rilevamento delle onde gravitazionali, che poi sarebbe diventato l’Einstein telescope. Dall’altro c’era Luca Loddo, direttore della miniera di Sos Enattos.
Loddo, cosa ricorda di quella telefonata?
«Quasi tutto. Era uno dei primi giorni dell’agosto del 2010, intorno alle 14.55. È una cosa che non ho dimenticato perché il mio turno era finito e stavo per andare via».
Chi stava chiamando?
«Era Fulvio Ricci, dell’Università La Sapienza di Roma. Mi disse che ormai aveva esaurito il suo elenco di numeri da contattare e che noi eravamo l’ultima possibilità. Aveva cercato in tutto il mondo un sito minerario profondo almeno 100 metri che avesse un certo tipo di caratteristiche, ottenendo solo risposte negative».
Anche in Sardegna?
«Certo, gli avevano dato picche perché nelle miniere dell’Iglesiente la ricerca scientifica non era contemplata. In quegli anni si puntava sull’archeologia industriale e sulle sue potenzialità turistiche».
Lei invece decise di ascoltare la proposta di Ricci.
«Sì, anche perché ero un po’ spaventato. Si era presentato come fisico nucleare e all’epoca si discuteva la possibilità di portare in Sardegna le scorie radioattive. Credevo che fosse solo un politicante travestito da scienziato».
Per fortuna non c’era alcun travestimento. Il tema, però, era complesso. Cosa aveva capito all’inizio?
«Non molto, anche perché nel 2010 le onde gravitazionali non erano ancora state rilevate. Erano solo teoria, la prima prova arrivò solo nel 2015. Però dopo la famosa telefonata in cui Ricci mi spiegò la cosa a grandi linee mi misi a studiare. Cercavo di capire come funzionasse il sistema, cosa cercassero e soprattutto se fosse una cosa “pulita”. Ricordo che quando mi resi conto che sostanzialmente lavoravano con la luce, con i raggi laser e con gli specchi, mi sentii confortato».
È vero che i ricercatori arrivarono il giorno dopo il primo contatto?
«Diciamo che dopo dieci giorni arrivarono quelli con i sismografi. Ricordo due olandesi vestiti alla Indiana Jones che piazzarono i loro strumenti e che dopo 48 ore, una volta ottenuti i dati, quasi piansero. Dissero che il posto era perfetto, che era quello che stavano cercando. Li capisco, arrivavano da una miniera d’oro negli Usa profonda 1500 metri. Sembrava un posto ideale invece non andava bene, i loro strumenti captavano le onde dell’Oceano Atlantico che distava un migliaio di chilometri. A dire il vero le onde le captano anche a Sos Enattos, ma molto meno. Quelle del Mediterraneo sono meno violente».
Ha mai pensato a cosa avrebbe fatto se non avesse risposto alla quella telefonata?
«Mi sarei pestato le... mani. Avremmo perso un’occasione unica. Oggi ci credo più che mai, l’Einstein telescope può cambiare le sorti della nostra terra. Ne sono convinto e nulla potrà farmi cambiare idea, nemmeno le proteste e gli stupidi colpi di mano».
Si riferisce all’attentato ai ricercatori?
«Certo, persone squisite che non meritavano questo trattamento. Una la conosco bene e mi è molto dispiaciuto quello che è successo. Purtroppo anche se parliamo di pochi contestatori che non hanno capito nulla, ormai l’allarme è suonato. All’incontro dell’altro giorno con il ministro sassone c’era tanti poliziotti che controllavano. È una situazione triste e incredibile».
A proposito dell’incontro con la delegazione Sassone, la ministra Bernini ha raccontato di come il presidente dell’Istituto nazionale di fisica nucleare, Antonio Zoccoli, quando porta il progetto Et in giro per il mondo citi spesso le sue parole. Che effetto le fa?
«Questa cosa mi fa sorridere. Io sono un minatore, in pensione da due anni, collaboro con loro perché conosco bene il posto e la miniera, tutto qua. Alcuni anni fa avevo accompagnato la ministra e il dottor Zoccoli e pare che il mio entusiasmo li abbia contagiati. L’altro giorno mi ha chiamato la ministra per dirmi che mi avrebbe voluto al suo fianco anche nell’incontro con i sassoni. Devo dire la verità, non mi piacciono molto queste cose, preferisco rimanere defilato però lo ammetto, mi ha anche fatto piacere sapere che il mio entusiasmo e le mie convinzioni hanno portato qualcosa».
Non è andata sempre così. All’inizio avete avuto qualche difficoltà a spiegare la portata del progetto.
«Diciamo qualche difficoltà, diciamo così. La verità è che all’inizio tutti ci ridevano in faccia. Anche in Regione il nostro progetto non venne capito. Un assessore ci chiese per quale motivo avremmo dovuto puntare su Lula. Disse che sarebbe stato meglio farlo vicino a Cagliari, nella miniera di Silius».
Quando arrivò la svolta?
«Con la giunta di Francesco Pigliaru. Fu l’assessore Raffaele Paci a concedere i primi finanziamenti. Avevano capito quali fossero le potenzialità di questo progetto. Anche il professor Massimo Carpinelli, all’epoca rettore dell’Università di Sassari, fu tra i primi sostenitori dell’Et».
Un lavoro e un impegno che vi ha permesso di ricevere complimenti anche dai colleghi tedeschi.
«Il ministro sassone era stupito dalla bellezza di Sos Enattos, dal museo, dalle installazioni nelle gallerie e dall’ordine in generale. Ha detto che le loro miniere non sono così belle».
Ci racconta com’era Sos Enattos quando era una miniera attiva?
«Io sono arrivato nel 1989 ed era già una fase di proroga della fermata della miniere prevista per la metà degli anni ’80. Eravamo l’unico giacimento di zinco in Europa, una parte del fabbisogno italiano arrivava da Lula, l’altro veniva importato da Australia e Canada. Ormai importiamo tutto a prezzi altissimi. Lo dico sempre, Sos Enattos è stata chiusa con troppa fretta».
Quanti erano i minatori?
«Quando sono arrivato io eravamo circa sessanta. Quando è stata chiusa, nel 1997, eravamo una trentina. Adesso sono in quattro».
C’è un aspetto che potrebbe essere sfuggito a molti. L’Et non verrà costruito dove c’è la miniera.
«Esatto, sarà dall’altra parte della vallata. La miniera resta dove è sempre stata e ha bisogno di una mano d’aiuto perché non si regge da sola e non possiamo abbandonarla, è un ottimo esempio di archeologia industriale e può essere un’attrazione turistica e un laboratorio per altri esperimenti, su cui stiamo già lavorando».
Se la Sardegna dovesse effettivamente ospitare l’Einstein telescope, come immagina il futuro di Lula e della miniera?
«Dal punto di vista ambientale Sos Enattos rimarrà così com’è, non ho dubbi. Per il resto spero che facciano presto, a Lula ci sono due o tre funerali al giorno e tra poco non ci saranno più persone. Scherzi a parte, spero che questo progetto possa offrire prospettive lavorative e culturali per i giovani, che li possa convincere a restare o a ritornare a casa».
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