In seconda elementare scrisse “diventerò uno scienziato”: oggi combatte i tumori in California – La storia di Roberto Zoncu
Da Riola Sardo a Berkeley. Le sfide: «il tumore al pancreas e le malattie neurodegenerative»
A Riola Sardo, in seconda elementare, scrisse che sarebbe diventato uno scienziato, avrebbe curato malattie e lavorato negli Stati Uniti. Oggi Roberto Zoncu, 51 anni, è professore ordinario di Terapie Molecolari all’Università della California, Berkeley, dove dirige un laboratorio di ricerca, insegna e co-dirige un centro: la Molecular Therapeutics Initiative. Le sue ricerche hanno contribuito a dimostrare che strutture cellulari chiamate lisosomi, oltre a riciclare i componenti cellulari, regolano il metabolismo e la crescita delle cellule, con importanti implicazioni per tumori e malattie neurodegenerative. È anche cofondatore di Frontier Medicines, azienda biotecnologica californiana che combina intelligenza artificiale e nuove tecnologie chimiche per sviluppare farmaci contro proteine finora considerate difficili da colpire.
Come è arrivato a Berkeley?
«I miei genitori sono entrambi medici, forse speravano che facessi medicina. Ma mi interessava di più la ricerca e la libertà di fare scoperte nuove. Dopo il liceo De Castro di Oristano mi sono laureato a Pisa e ho scritto a diversi laboratori americani. Mi rispose Yale, dove ho conseguito il dottorato in biologia cellulare. Poi il MIT a Boston e, nel 2014, il mio laboratorio a Berkeley».
Che cosa studiate nel laboratorio?
«Studiamo come le cellule percepiscono i nutrienti e regolano il metabolismo e la crescita. Ci concentriamo sui lisosomi, un tempo considerati i bidoni della spazzatura delle cellule. Abbiamo contribuito a dimostrare che sono invece una sorta di computer metabolico, che raccoglie informazioni e contribuisce a decidere se crescere oppure risparmiare energia. Studiamo il ruolo di questi meccanismi nei tumori del pancreas e nelle malattie neurodegenerative, tra cui Alzheimer, Sla e Niemann-Pick di tipo C, una malattia genetica rara che presenta importanti parallelismi con l’Alzheimer».
Come si passa da queste conoscenze a un possibile farmaco?
«La ricerca fondamentale permette di identificare i meccanismi alterati nelle malattie e possibili bersagli terapeutici. Il passo successivo è trovare molecole capaci di modificarne l’attività, combinando biologia, chimica e farmacologia. È un’avventura che a volte funziona, a volte no. Spesso le scoperte che portano a nuovi farmaci nascono da ricerche che inizialmente non avevano alcuna applicazione medica immediata».
È quello che fa Frontier Medicines?
«Sì. L’obiettivo di Frontier Medicines, che ho contribuito a fondare insieme ai colleghi Dan Nomura e Chris Varma, è sviluppare un nuovo approccio alla scoperta di farmaci, combinando intelligenza artificiale, tecnologie per identificare bersagli farmacologici direttamente nelle cellule».
Quali risultati avete ottenuto?
«L’azienda ha sviluppato internamente una piattaforma tecnologica proprietaria da cui sono nati diversi programmi oncologici. Il più avanzato riguarda Kras, una proteina frequentemente mutata nei tumori del polmone, colon e pancreas. Il farmaco sperimentale si chiama Fmc-376 è progettato per bloccare la proteina Kras G12C sia nella forma attiva sia in quella inattiva, con l’obiettivo di superare alcuni limiti degli inibitori esistenti, inclusa la resistenza ai farmaci. È attualmente nelle prime fasi di sperimentazione clinica. Per poter essere prescritto dovrà completare ulteriori studi clinici e ottenere l’approvazione delle autorità regolatorie».
Il tumore al pancreas resta tra i più difficili da affrontare.
«Per decenni la proteina Kras era considerata praticamente impossibile da bloccare con un farmaco. Oggi, grazie a nuove tecnologie chimiche, sono stati sviluppati inibitori contro alcune sue forme mutate. Tra i progressi più recenti c’è daraxonrasib, un farmaco diretto contro la proteina, recentemente approvato negli Stati Uniti per il trattamento del tumore del pancreas metastatico, che ha dimostrato importanti benefici clinici sul rallentamento della malattia».
E il centro che co-dirige a Berkeley quale ruolo svolge?
«La Molecular Therapeutics Initiative ha due obiettivi: accelerare la scoperta di nuovi farmaci, riunendo biologi, chimici, esperti di intelligenza artificiale e aziende biotecnologiche; e formare giovani scienziati, preparandoli a carriere sia accademiche sia nell’industria. Per me, formare la prossima generazione di ricercatori è importante quanto fare nuove scoperte».
Sul fronte di Alzheimer, Parkinson e Sla quanto siete vicini a una terapia?
«La strada è ancora lunga. Molte malattie neurodegenerative sono caratterizzate dall’accumulo di proteine danneggiate e tossiche nei neuroni, anche a causa di alterazioni dei sistemi che normalmente le eliminano. Studiamo i lisosomi, cercando di ripristinarne il funzionamento e favorire l’eliminazione delle proteine tossiche. Anche rallentare significativamente la progressione di queste malattie sarebbe un risultato straordinario».
Ha scelto gli Stati Uniti. In Italia è impossibile avere le stesse opportunità?
«In Italia si fa scienza di altissimo livello, grazie anche a un’eccellente preparazione universitaria. Il problema è la scarsità di investimenti stabili nella ricerca fondamentale. Negli Stati Uniti c’è maggiore disponibilità a finanziare idee ambiziose, anche rischiose. Continuo però ad avere rapporti stretti con la ricerca italiana. Faccio parte del comitato scientifico di Fondazione Telethon, dove contribuisco a valutare progetti di ricercatori italiani su malattie genetiche rare e spesso prive di cure, collaboro con gruppi del Tigem di Napoli e partecipo al consiglio scientifico del Vimm di Padova. Non amo l’espressione “fuga dei cervelli”. La scienza è internazionale ed è importante che i ricercatori possano muoversi e costruire collaborazioni. La vera sfida per l’Italia è attrarre talenti da tutto il mondo, non solo trattenere quelli italiani».
Qual è la scoperta che sogna ancora?
«Fare la differenza in una malattia neurodegenerativa. Mettere a punto una terapia che ne modifichi il decorso, allunghi la sopravvivenza di anni o magari arrivi a curarla sarebbe il massimo. In fondo, non è molto diverso da quello che sognavo da bambino a Riola Sardo».
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