Crisi nell’isola, ogni giorno chiudono 15 negozi

In Sardegna cresce il numero di serrande abbassate. E a Sassari chiudono una serie di attività storiche

SASSARI. Raccontano che non più di 15-20 anni fa non si faceva in tempo ad appendere il cartello “affittasi” o “vendesi”: bastava il passaparola e davanti al negozio prossimo alla chiusura si formava in un amen una lunga fila di commercianti pronti ad accaparrarsi quel locale in centro. Erano gli anni d’oro, quelli in cui i clienti entravano con il sorriso e uscivano quasi mai a mani vuote. Anni in cui il superfluo era un concetto astratto, che a volte suonava persino offensivo. In quel periodo le vetrine della gioielleria Cherchi, nel centro storico di Sassari, luccicavano di cristalli e porcellane. Carlo, dietro il bancone, ogni giorno impacchettava con cura vasi e orologi, anelli e candelabri. Carlo Cherchi era un ragazzino quando ha messo piede la prima volta nel negozio in piazzetta Ittiri, inaugurato il 14 agosto del 1955 dal padre Gavino. Oggi ha 63 anni e da tre mesi è pensionato. Carlo e il fratello Nicola alla fine del 2012 hanno abbassato la serranda: hanno resistito a lungo, poi si sono dovuti arrendere. Perché da troppo tempo cristalli e argenteria rimanevano nelle vetrine. E con i pochi clienti che entravano, puntualmente partiva una trattativa estenuante anche per un semplice ciondolino d’oro. La gioielleria Cherchi è una delle 2399 attività commerciali che hanno chiuso in Sardegna l’anno scorso. Nei primi due mesi del 2013 all’elenco se ne sono aggiunte altre 857: la media è da brivido, 14,5 negozi al giorno sconfitti dalla crisi.

Quelli che dicono basta. La decisione non è mai impulsiva, chi getta la spugna lo fa dopo avere ragionato a lungo, valutato i pro e i contro. La bilancia di Carlo e Nicola Cherchi pendeva solo da una parte: una montagna di spese e incassi ridotti all’osso. Un’agonia iniziata nel 2007, la mazzata finale tra il 2011 e il 2012. Quando gli altri tre punti vendita (uno in viale Italia e due all’Auchan di Sassari e Olbia) erano già chiusi da un pezzo. E i dieci dipendenti degli anni del benessere non c’erano più. Dice Carlo: «Mio fratello voleva chiudere già tre anni fa. Io ho detto: aspettiamo, magari qualcosa si muove. Niente da fare, la situazione è peggiorata. Perché il potere d’acquisto è crollato, l’aumento del costo dei metalli ha fatto il resto. Le tasse, invece, sono lievitate. Andare avanti sarebbe stato un accanimento inutile. Perché è doloroso stare in negozio a braccia conserte, dopo che per tanti anni hai lavorato come un matto tutto il giorno, con enorme soddisfazione tua e dei clienti. Ci resta la consolazione di avere lasciato un segno, perché la nostra gioielleria rappresenta un pezzetto di storia della città». Anche Cristina Giordo, come Carlo Cherchi, l’aria brutta aveva iniziato a fiutarla da un pezzo. Quando oltre alle solite clienti affezionate, nel suo negozio non entrava più quasi nessuno. E pochissimi spendevano. Quarantuno anni, mamma di una bimba di 2 e mezzo, ne ha trascorso più di 20 all’interno di Caprice, elegante negozio di complementi d’arredo e oggettistica al centro storico. Erano stati i genitori, nel 1978, a iniziare l’avventura in via Carmelo, con ingresso sulla suggestiva “piazzetta delle Favole”. Poi Silvana Ganau, “la signora Caprice” come molti la chiamano a Sassari, ha ceduto il timone alla figlia Cristina. E lei il 31 dicembre dell’anno scorso ha scritto la parola fine alla sua personale favola, prima che diventasse un incubo. «Resta l’amarezza, ma anche la consapevolezza di avere fatto la scelta giusta. Perché il 2013 sarebbe andato molto peggio degli anni precedenti». Ora sulla porta di Caprice è appeso il cartello “affittasi”, che Salvatore Grandi, proprietario di una parte del locale, vorrebbe levare prima possibile. Anche lui è cresciuto lì dentro, perché per più di 40 anni ha ospitato il negozio di generi alimentari dei suoi genitori. «L’avevano lasciato quando erano andati in pensione, era il 1995. E già allora, con l’apertura dei supermercati, dicevano che la crisi iniziava a sentirsi».

Quelli che ancora resistono. Alle cinque della sera dice che dalla cassa è uscito solo uno scontrino. In più di mezza giornata di lavoro Sergio Smaldone, 60 anni, ha venduto un paio di scarpe. Dal 1976 manda avanti Gis Due, negozio di calzature nel corso Vittorio Emanuele. Un tempo aveva 7 dipendenti, da più di dieci anni è solo. «Il 2012 è stato l’anno peggiore – dice – ai tanti problemi si è aggiunta anche l’istituzione della zona a traffico limitato che, purtroppo, tiene alla larga molti clienti che non vogliono o non possono lasciare l’auto nei parcheggi a pagamento. Tanti altri non si vedono più da quando è stato chiuso l’ufficio postale, poi l’anagrafe. La crisi è ovunque, ma qui ci vorrebbe maggiore attenzione da parte dell’amministrazione. Io vado avanti solo perché non posso chiudere. Devo pagare i fornitori, ho il magazzino pieno di merce fuori moda, le banche non mollano. E illudersi è vietato, all’orizzonte ci sono solo nubi».

Geografia della crisi. È spietata quanto democratica, perché non bada a categorie né a quartieri: la crisi piega i negozi d’abbigliamento al Corso come quelli di calzature in viale Italia, la macelleria in via Lamarmora, il negozio di tappeti in via Manno, i supermercati e le profumerie nei quartieri residenziali. Nel 2012 a Sassari hanno chiuso 229 attività commerciali. Dall’inizio del 2013 sono già 87. Spesso sulle serrande abbassate i cartelli “vendesi” o “affittasi” sono sbiaditi, perché stanno lì da molti mesi, anche anni. Tra la polvere e i topi che si beffano della storia e graffiano i sentimenti di una città.

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