L’antica chiesa rinata tra fede e solidarietà

San Michele di Plaiano, la storia di un piccolo miracolo

SASSARI. Ci sono piccole straordinarie storie nella vita di una città la cui percezione spesso sfugge e sono così destinate a perdersi tristemente nel silenzio. Sommerse dal clamore dei conflitti, dalla disperazione urlata della fatica di vivere, dal consumismo, dalla vanità, dal dolore, dalla violenza e dai sogni spezzati. Sono storie minute di uomini e donne. Raccontano la vita di comunità discrete che rappresentano quasi mondi separati con una loro identità, un comune sentire, con emozioni e sentimenti condivisi. Perché la città in fondo è anche questo: un universo complesso di mondi esistenziali che hanno una loro vita intima e autonoma, spesso legata a dei luoghi: strade, rioni, borgate.

Una di queste storie sconosciute è quella di una comunità che vive intorno alla chiesa campestre di San Michele di Plaiano (in sassarese “Santu Miali de Li Plani”), in una campagna dolce che declina verso il mare, ricca di orti, giardini, oliveti e frutteti. Uomini e donne che, con determinazione, con passione, hanno ridato vita a una chiesetta in stile romanico, considerata la più antica di tutto il territorio. Le prime notizie risalgono infatti addirittura al 1082, quando Mariano I, giudice di Torres, donò la chiesa di San Michele di Plaiano all’Opera della cattedrale di Santa Maria di Pisa, ente che amministrava le donazioni dei fedeli per la costruzione della cattedrale. Passò poi ai Camaldolesi che la elessero ad abbazia. Il 3 settembre 1127, su richiesta di Mauro, abate di Plaiano, e dei suoi confratelli, la chiesa fu data in concessione all'ordine Vallombrosano con tutte le sue pertinenze, composte da terreni, vigne, servi, ancelle e le quattro chiese dipendenti: Santa Maria di Sennori, Santa Anastasia di Tissi, Sant'Eugenia di Musciano e San Simplicio di Essala. Divenne così la principale abazia di quell'ordine monastico in Sardegna. Infatti, il 20 aprile 1176, il pontefice Alessandro III concesse il privilegio all'abate Giacomo della protezione diretta della Santa Sede sul monastero e confermò tutti i numerosi possedimenti da esso dipendenti (a Sennori, nella Nurra, a Tissi, a Ossi, a Florinas, a Tula e perfino a Pisa).

Nel Trecento cominciò un lento declino che portò i monaci ad abbandonare il sito. A metà dell’Ottocento la chiesa e il monastero furono venduti e il complesso fu trasformato in stalla per cavalli e in deposito per gli attrezzi. Solo nei primi anni del Novecento la studiosa Ginevra Zanetti “riscoprì” la straordinaria bellezza di quelle costruzioni e la chiesa fu così espropriata e poi acquisita dalla Soprintendenza. Trent’anni fa, infine, il restauro e la restituzione al culto.

La chiesa ritrova così la sua antica e sobria bellezza. Esce dall'umiliante degrado al quale era stata condannata dall'incuria e dall'indifferenza. Ma rischia di restare un monumento senza anima. E qui accade il piccolo, straordinario miracolo del quale sono protagonisti la comunità che vive in quelle dolci campagne e un giovane sacerdote, don Michele Murgia.

Ecco, nelle sue parole, il ricordo di come nacque quel miracolo: «Il 13 giugno 2010, a poco più di due mesi dalla mia ordinazione sacerdotale, con una telefonata di pochi minuti venni informato che un gruppo di sconosciuti fedeli chiedeva l’aiuto di un sacerdote per la Messa domenicale. L’appello mi era rivolto probabilmente per la coincidenza del mio nome, mentre ero ancora fresco di crisma. Ho così preso coscienza del fatto che, intorno al monumento romanico di San Michele di Plaiano, esisteva un piccolo e “vivace” gruppo di fedeli che con fatica cercava di trovare la propria identità all’interno del territorio di Sassari».

Continua don Michele: «Nella chiesa campestre di Plaiano negli ultimi decenni, in maniera discontinua, si erano infatti alternati sacerdoti diocesani, religiosi salesiani e missionari del “Pime”. Insomma, tutti “volontari” per celebrare di tanto in tanto l’Eucarestia in quello che per secoli era stato un prestigioso sito monastico. Non era possibile rifiutare la sfida. Bisognava tentare di sovvertire quella concatenazione di comportamenti ed eventi che avevano condannato al degrado più triste un tempio prestigioso, quasi dimenticato, che in realtà era ed è un tassello fondamentale nella ricostruzione e comprensione della storia, dell’arte e della fede a Sassari negli anni subito successivi al famigerato anno 1000».

È questo uno dei volti sconosciuti della città: una comunità di una periferia dispersa che si mobilita e che, col proprio impegno, restituisce a una chiesa dimenticata la sua anima più vera e profonda. Ma anche una comunità che in questo modo trova se stessa, la propria identità e l'orgoglio dei propri luoghi.

Don Michele è un uomo che trova in questo impegno una delle ragioni della propria missione pastorale, ma capisce anche che quegli uomini e quelle donne, che lo hanno cercato e chiamato, trovano nell'antico tempio romanico di Plaiano il senso di un'appartenenza, rafforzando i rapporti solidali che li legano.

E così oggi dice: «Da quel 13 giugno 2010 ad oggi, accogliendo la richiesta avanzata con una telefonata, tutte le domeniche mi sono adoperato per contribuire alla rinascita di questo sito, sia dal punto di vista pastorale che culturale, con il sostanziale e prezioso sostegno di fedeli, di amici e conoscenti, che hanno fatto della salvaguardia del patrimonio artistico una vera e propria missione. Non è una ricerca di visibilità, ma il sentito e dovuto tributo all’impegno che da decenni gli abitanti di questo territorio offrono per custodire e conservare nella sua dignità il loro più prezioso affetto: una chiesa ferita ed umiliata che, come fosse una “domus”, poche famiglie accudiscono, curano e amano quasi fosse una persona reale, una madre, una figlia o una sposa. Viene da chiedersi: non è forse anche questo, in senso proprio, “la chiesa”? Non solo un edificio, ma un corpo vivo, eretto, costituito e atto ad accudire e preservare uomini e donne uniti e resi vivi, ancor più, dalla propria fede».

Quella di San Michele di Plaiano è una delle tante piccole storie sconosciuta di una città invisibile che però esiste e che merita di uscire dall'ombra ed essere raccontata.

Come merita di essere riferita la riflessione, che è anche un appello, di don Michele: «Abbiamo fatto tanto, quasi un miracolo, partendo dal “nulla” che il disinteresse colpevole di una storia e di uomini distratti ci ha lasciato in eredità. Ma noi sentiamo sempre più forte la responsabilità di agire: vorremmo estendere la bonifica e il recupero all’intero complesso monastico - per quel poco che il degrado non ha definitivamente distrutto e cancellato -, vorremmo impreziosire ulteriormente la bellezza di un paesaggio che non si esaurisce con il completamento di una strada a quattro corsie, vorremmo che fosse riconosciuta l’importanza di una storia che, dopo un millennio di buio, promette e si impegna a diventare “buona” e “virtuosa”. Vorremmo che la Sovrintendenza, l’Arcidiocesi e l’Amministrazione comunale di Sassari e magari anche la facoltà di Architettura di Alghero, prendessero a cuore il futuro di questo sito archeologico e paesaggistico, considerando il suo passato, ma anche la sua presente e rinnovata vitalità. Io e le famiglie di San Michele di Plaiano vorremmo… c’è qualcun altro che insieme a noi vuole?».

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