La storia del Liceo Azuni, il glorioso “Istituto Principe”
Sarà presentato questo pomeriggio nella scuola il primo dei tre volumi frutto di un gigantesco lavoro d’archivio e studio di Francesco “Checco” Bua
Oggi parliamo dell’“Azuni”. Questo pomeriggio, nell'Aula magna, il professor Francesco Bua (Checco, per gli amici) presenta “Il Liceo Azuni”, primo di tre volumi che vuol dedicare alla storia di quello che ancora qualcuno chiama “l'Istituto principe”.
Centocinquant’anni di una scuola che non solo ha occupato un posto centrale nella vita della città, ma ha anche funzionato, specie nel suo primo cinquantennio, da produttore (fornitore) di cultura per mezza Sardegna, compresa quell'area vivace di spiriti e di intelligenze che era il Nuorese (con Bitti in primo piano): insomma la scuola frequentata, a dirne due, da Sebastiano Satta e da Attilio Deffenu (e il sottotitolo dice: "Una città e cento patrie").
Dicevo: "Parliamo dell'"Azuni": in effetti, a parlarne tocca a me, e non è bugia che lo faccio con grande piacere. Almeno per tre motivi. Il primo è che l'opera è frutto di un gigantesco lavoro d' archivio e di anni di studio intelligente; il secondo è che il volume, parlando dei professori che vi insegnarono dal 1865 alla fine dell'Ottocento componevano ormai, quando ci ho studiato io negli anni Trenta, un piccolo pantheon di divinità didattiche nel quale ogni professore che arrivasse alla scuola ambiva di entrare; il terzo è che la storia dell'"Azuni" e del suo popolo (presidi, professori o anche alunni che fossero) facevano un tutt'uno con la città e l'eco di quello che vi accadeva arrivava in tutta la provincia grazie alla grande quantità di studenti dei paesi che lo frequentavano (e che nessuno si sarebbe attrivito a chiamare billoi o biddunculi). Questo primo volume racconta dunque i primi trentacinque anni di vita dell'istituto, quando la sua schiera di docenti aveva numerosi professori "continentali", alcuni di gran nome come fu il Marradi (per dirne uno) e molti di carattere variamente diverso che qualche volta spiegava la gioia con cui il Ministero li aveva sbattuti in Sardegna. Il secondo coprirà il primo cinquantennio del Nove cento, il terzo il periodo dal 1950 ai giorni nostri. Nel libro, pubblicato dalla Edes di Alberto Pinna, è perfino altamente suggestiva, se non addirittura affascinante, la straordinaria documentazione iconografica, che riesce perfino difficile immaginare come Checco sia riuscito a mettere insieme, sino a costruire una sorta di gran puzzle figurato di questa storia che racconta e che così vivamente ci fa rivivere.