“Ponti non muri” testimonia il tormento dei palestinesi

L’associazione sassarese porta avanti da anni una iniziativa di pace. Lavinia Rosa: «Telegiornali partigiani. Quando racconteranno finalmente la verità?»

«Fate ponti, non muri». L’ha detto l’altra domenica papa Francesco. E a Sassari esiste un’associazione che si chiama proprio così. E si interessa di un muro particolare: quello che separa la Palestina da Israele, anzi dal resto del mondo. Se ne occupa aiutando una crèche, un orfanotrofio di suore, a Bethlemme. Ospita un’ottantina di bambini, in ottanta modi diversi vittime della guerra permanente fra Palestina e Israele. Su uno dei ponti dell’associazione è passata quest’estate perfino una squadra di atletica di Gerico, invitata ad allenarsi a Sassari per una settimana. Una piccolissima parte di un problema grosso come il mondo.

«I nostri telegiornali – mi dice Lavinia Rosa, gentile solista del complesso musicale degli Humaniora, animatrice di questa iniziativa di pace – mi sorprendono ogni giorno di più per la partigianeria con cui raccontano ciò che succede in Palestina. C’è stato un attacco a una sinagoga, è vero, ma omettono di raccontare che da settimane coloni e poliziotti israeliani impediscono ai fedeli di accedere alla Moschea di Al-Aqsa, aggredendo i cittadini palestinesi nel luogo per loro più sacro. Dove avrebbero il diritto di entrare liberamente. In Palestina un’auto ha investito un gruppo di israeliani, è vero, ma non raccontano tutti i morti, i feriti, i rapiti palestinesi di ogni giorno. A sentire certi telegiornali sembra che un bel giorno, all’improvviso, i Palestinesi per pura crudeltà, o, chissà, per pazzia, hanno deciso di scatenare la loro violenza contro Israele, dimenticando di aggiungere che i Palestinesi sono un popolo esasperato da decenni di un’occupazione illegale e di un regime di apartheid denunciato anche da uomini come Nelson Mandela. Chi ha scelto di non raccontare del bambino palestinese di 10 anni che pochi giorni fa ha perso un occhio per un proiettile di gomma sparato a distanza ravvicinata o di quello poco più grande morto qualche settimana fa per una fucilata al petto, sempre da distanza ravvicinata? Nei loro taccuini non hanno annotato come Liebermann continua ad approvare piani di espansione di nuovi insediamenti coloniali, anche se persino Kerry gli sta gentilmente chiedendo di darsi un regolata. Cosa dobbiamo fare per sentirci raccontare finalmente la verità? Aspettare cento anni, per vedere giornalisti e politici piangere le lacrime del coccodrillo proclamando un “Giorno della memoria” per i palestinesi?».

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