La schiavitù del lavoro e le passioni della vita

L'INTERVENTO - Come sarebbe bello un mondo dove si lascia alle macchine il compito di svolgere le incombenze più faticose e si liberano energie per esigenze individuali

Al bar capito nel bel mezzo di una discussione che ha come impegnativo argomento il tema del lavoro. «Il nostro stato sociale non è all'altezza dei progressi della tecnologia - dice il nostro pragmatico gestore - infatti mentre la scienza, in forma di robotica, sarebbe in grado di liberarci dalle fatiche del lavoro, la nostra attuale organizzazione civile considera i proventi del lavoro (secondo una rudimentale e arcaica logica liberista) come appannaggio esclusivo dei proprietari e datori di lavoro, e esclude i lavoratori dalla distribuzione dei profitti. Nel corso della storia, dalla rivoluzione industriale in poi, col progresso inarrestabile della tecnologia, c'è sempre stato un alternarsi di vecchi lavori con nuove attività che sostituivano le vecchie, in sostanza, al contrario di quanto temevano i luddisti, il lavoro non si è mai perso. Oggi si ha però la netta sensazione di trovarsi davanti a un’opportunità storica che ci consentirebbe di liberarci definitivamente dalla schiavitù dei lavori alienanti (affidandoli ai logoritmi), visto che il progresso scientifico avanza, come mai prima d’ora, con velocità esponenziale e in direzioni inimmaginabili».

A questo punto il sanguigno lavoratore barista non riesce a trattenersi e sbotta: «Per di più ci si mette anche la nostra Costituzione a fare da freno (naturalmente animata dalle più nobili intenzioni) dettando che la nostra è una Repubblica fondata sul lavoro, inteso come forma più alta di realizzazione dell'uomo e della sua autonomia, anche se, saggiamente, non dice da nessuna parte che il lavoro deve, per forza di cose, corrispondere alla fatica, come per esempio pensano a Napoli dove faticare è sinonimo di lavorare».


Il direttore del locale lo fulmina con lo sguardo e sibila: «Non tocchiamo la Costituzione». E la romantica cassiera apre il cassetto dei ricordi: «A questo proposito, cioè sull'incongruenza tra la necessità di realizzarsi attraverso il lavoro e la legittima aspirazione a liberarsi dal lavoro, almeno da quello più pesante, mi viene in mente un’eccezionale intervista televisiva che il grande Carmelo Bene concesse a Maurizio Costanzo nel ‘90, nella quale, il nostro attore, prima ancora (a mia memoria) di politici, economisti, sociologi, esperti di lavoro e sindacalisti, mise in evidenza, con la sua verve elegantemente provocatoria, il paradosso costituito dalla contrapposizione tra il diritto al lavoro e il diritto a liberarsi dal lavoro, affrancamento che, secondo la sua opinione, avrebbe consentito a noi tutti di dedicarci alle nostre autentiche passioni».

Ognuno di noi avventori immagina, in un silenzioso coro introspettivo, come sarebbe bello, logico e giusto, un mondo dove, lasciato il compito di svolgere le incombenze più faticose e noiose alle macchine, grazie a un equa distribuzione sociale dei proventi (non va dimenticato, a questo proposito, che l’attuale condizione di progresso si è potuta realizzare grazie sì al capitale, ma anche che sarebbe stata impossibile raggiungerla senza il contributo del lavoro), noi tutti potessimo esercitare, oltre che le necessarie funzioni dirigenziali (adeguatamente retribuite), i nostri passatempi preferiti, le nostre piccole attività artigianali, le nostre letture, i nostri aggiornamenti culturali, la coltivazione dei nostri orticelli, la tutela e la conservazione dei nostri beni storici, naturali e artistici, i nostri viaggi, l'educazione dei nostri figli, la cura dei nostri corpi e tutto ciò che possa rendere felice la nostra piccola vita, ricordando che l'uomo è per sua natura "faber" e non certo quello scansafatiche che certe volte, in momenti di sconforto, ci sembra di vedere. Tutte attività, queste elencate, che potrebbero benissimo essere considerate lavoro, ovvero un contributo alla crescita sociale.

Ma ci rendiamo conto che per arrivare a questa condizione di vita ideale (possibilità non fantascientifica) ci vorrebbe uno stato sociale molto più avanzato di quella miseria che resta dell'attuale, nonché una capacità di immaginazione assolutamente fuori dalla portata di chi in questo momento ha nelle mani il nostro futuro. Decidiamo un brindisi al nostro solito sano e ingenuo utopismo.

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