Una speranza per gli ultimi

Cresce il numero di chi si ritrova senza un lavoro ed è costretto a rivolgersi alla Caritas

SASSARI. Sulla scrivania di suor Annamaria c’è un vassoio di pasticcini freschi e un plico grande così di richieste d’aiuto e bollette da pagare. Sul suo viso un sorriso che trasmette serenità e due occhi che sanno guardare nel profondo delle persone.

Nell’ufficio di Largo Seminario, all’interno del centro d’ascolto diocesano della Caritas, suor Annamaria tocca con mano tutti i giorni la povertà, quella vera. Tutte le mattine, insieme a volontari e a figure professionali specializzate, la responsabile del centro e vice direttrice della Caritas diocesana cerca di dare risposte alle decine di persone che si presentano con la mano tesa.

Per capire veramente il disagio e le difficoltà che Sassari sta vivendo ultimamente bisogna trascorrere una giornata davanti ai luoghi in cui un esercito sempre più grande di uomini e donne ogni giorno va a bussare e a chiedere aiuto.

«Il vassoio di pasticcini - spiega la religiosa - serve a rendere meno amaro il momento in cui si siedono su quella sedia e devono raccontarci il motivo per cui si sono rivolti alla Caritas».

In fila per parlare con suor Annamaria c’è la ragazza madre che non riesce a mettere insieme i soldi per comprare i pannolini, il cinquantenne separato rimasto improvvisamente senza lavoro e senza un posto in cui dormire e la pensionata ultrasettantenne che con la sua piccola pensione deve pagare le bollette e trovare il modo di sfamare anche i figli e le loro famiglie che non hanno né una casa né un reddito. E poi gli immigrati, in numero sempre crescente, carichi di un bagaglio di problematiche dovute al riconoscimento dello stato di rifugiato.

L’esercito variegato che ogni giorno mette da parte pudore e vergogna e bussa alle porte dei centri di ascolto della Caritas per chiedere aiuto sa che qui non troverà solo un sostegno economico.

«Cerchiamo di aiutare le persone prima di tutto a ritrovarsi e a riallacciare i rapporti familiari - spiega suor Annamaria - perché la povertà più grande con cui abbiamo a che fare si chiama solitudine. È questa la vera disgrazia del nostro tempo - prosegue la religiosa - le nostre comunità si sono disgregate e chi rimane indietro, per tanti motivi, rischia di trovarsi solo. E quando si è soli diventare poveri è un attimo».Lo scorso anno sono state poco meno di 1000 le persone che si sono rivolte ai tre centri diocesani e ai sei parrocchiali per tendere la mano o in cerca un supporto psicologico. Le 80 presenze giornaliere tra i tavoli della mensa della Caritas di via Rolando, le 500 famiglie che due volte al mese si rivolgono al Centro Servizi diocesano per avere abiti e generi di prima necessità e i 300 sacchetti di media al giorno distribuiti dai volontari della Casa della Fraterna Solidarietà in corso Margherita di Savoia con il necessario per sfamare un nucleo familiare, raccontano di un territorio in ginocchio, in cui la crisi economica non ha guardato in faccia a nessuno e ha fatto crescere ogni anno il numero di quelli che per le statistiche vengono chiamati i “nuovi poveri”. Sono loro che dopo la perdita di una persona cara, una malattia, una separazione o un licenziamento improvviso, non avendo alternative sentono l’esigenza di rivolgersi a un centro d’ascolto.

«Sono sempre di più - spiega suor Annamaria - e sono quelli che hanno più bisogno di conforto perché si sono ritrovati poveri da un momento all’altro e non sono abituati a gestire una situazione così drammatica. In molti casi - aggiunge la responsabile del centro diocesano - dietro alla povertà improvvisa si nascondono storie di alcol e di gioco d’azzardo. In quei casi chiediamo l’aiuto del Serd e comunque - conclude la religiosa - cerchiamo sempre di ricostruire legami familiari che magari si sono allentati. Non sempre è facile, ma quando riusciamo ad aiutare qualcuno a uscire da una dipendenza e a ricostruire una famiglia distrutta abbiamo svolto bene il nostro ruolo».

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