I difensori dell’imputato: «Chiamate Pinna in aula»

La richiesta dei legali di Cubeddu: il cugino già condannato deve dire la verità

SASSARI. «Chiediamo che Paolo Enrico Pinna, ora che la sentenza di condanna nei suoi confronti è definitiva, sia citato come testimone in quest’aula. Deve essere chiamato, è fondamentale per la difesa di Cubeddu». La richiesta degli avvocati Patrizio Rovelli e Mattia Doneddu, che assistono il 23enne di Ozieri accusato degli omicidi di Gianluca Monni e Stefano Masala, aprirebbe un potenziale spiraglio. «Pinna (il cugino dell’imputato già condannato a 20 anni perché minorenne all’epoca dei fatti ndc) deve dire la verità e noi come difensori rappresentiamo questa necessità alla corte».

Richiesta che gli stessi familiari del trentenne di Nule scomparso nel nulla hanno accolto positivamente: «Per noi sarebbe molto importante se Paolo Pinna venisse chiamato a testimoniare in questo processo – hanno detto a conclusione dell’udienza il padre di Stefano, Marco Masala, il fratello Giuseppe e le due sorelle Alessandra e Valentina – Perché rappresenterebbe forse l’ultima speranza per conoscere la sola verità che abbiamo a cuore: sapere dove si trova Stefano e avere così la possibilità di riportarlo finalmente a casa. Non chiediamo nulla di più».

Su questa e su altre questioni sollevate ieri mattina nella seconda udienza del processo d’appello per i delitti di Nule e Orune del 7 e 8 maggio 2015, la corte scioglierà la riserva il 13 marzo. Mattia Doneddu e Patrizio Rovelli hanno anche chiesto di sentire l’ispettore capo della squadra mobile di Sassari Roberto Sechi, che in primo grado aveva detto di aver avuto informazioni importanti da un conoscente di Orune ma non aveva riferito nulla appellandosi al segreto d’ufficio. «Si tratta di dichiarazioni favorevoli all’imputato – ha spiegato l’avvocato Rovelli richiamando una sentenza della Cassazione – Atti inutilizzabili che possono però essere utilizzati favor innocentiae. Se cioè sono a favore dell’imputato. Quindi chiediamo che l’ispettore sia interrogato sul contenuto di quelle dichiarazioni». Sollecitata anche la citazione di uno degli operatori del gruppo cinofili di Firenze che aveva firmato le due relazioni sulle ispezioni svolte con i cani molecolari nel luogo dove fu trovata l’auto bruciata di Stefano Masala.

A queste richieste e a quelle legate a intercettazioni e altre prove, si sono opposti il procuratore generale Paolo De Falco e gli avvocati di parte civile Antonello Cao, Rinaldo Lai e Margherita Baragliu per la famiglia Monni, Caterina Zoroddu e Angelo Magliocchetti per la famiglia Masala-Dore.

«Ricostruzioni alternative inesplorate» e un impianto accusatorio ritenuto «fragile e contraddittorio». Erano alcune delle argomentazioni che gli avvocati difensori di Cubeddu avevano posto alla base dell’atto d’appello contro la sentenza di condanna all’ergastolo emessa dalla corte d’assise di Nuoro il 20 ottobre 2018.

Secondo i due legali i giudici di primo grado avrebbero «sopravvalutato gli elementi che l’accusa ha proposto nel corso del dibattimento muovendo da un pregiudizio nei confronti di Alberto Cubeddu, individuato come soggetto certamente coinvolto negli omicidi di Gianluca Monni e di Stefano Masala a ragione della sua stretta parentela con Pinna».

Ieri mattina il pg De Falco quel documento di 136 pagine ha provato a smontarlo punto per punto soffermandosi sulle riprese video, sui dialoghi intercettati, assolutamente comprensibili, sui contatti telefonici tra l’imputato e il supertestimone Alessandro Taras (colui che avrebbe visto Cubeddu incendiare l’Opel Corsa di Stefano Masala usata per commettere l’omicidio a Orune la mattina dell’8 maggio), sulla validità del movente, delle testimonianze raccolte, degli orari che confermerebbero gli spostamenti dell’imputato. La presidente della Corte ha rinviato la decisione sulle questioni al 13 marzo. In quella data i giudici diranno se l’istruttoria verrà rinnovata o se si procederà subito con la discussione della Procura generale e, a seguire, delle parti civili e della difesa.

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