Con falci, cavalli e mola Thiesi ritorna al passato

Grazie al gruppo “Sos de Monte Mesu” rivivono le antiche tradizioni agricole Usate tecniche manuali per raccolta del foraggio, trebbiatura e macina del grano

THIESI. Thiesi rivive antiche tradizioni agricole ormai quasi del tutto scomparse. Con grande passione un gruppo di agricoltori, noto in paese come “Sos de Monte Mesu” per ricordare uno dei siti archeologici più interessanti e suggestivi del territorio di Thiesi, ha seminato il grano e le fave, mietuto con le falci, trebbiato con i cavalli e macinato utilizzando una mola asinaria proprio come si faceva sino alla fine degli anni 50 del 1900.

«La voglia di riprendere in mano i vecchi arnesi del mestiere e farli rivivere ancora una volta – spiegano – è nata in sintonia con le nostre attività agricole». La pandemia ha in parte bloccato le loro iniziative, ma in questi giorni, con il passaggio dell’isola in zona bianca, Giuseppe Meloni, Antonio Peralta, Pietro Vargiu, fra i più attivi nell’organizzare, insieme con Francesco Uneddu e Pietro Ruda, hanno deciso di effettuare ancora una volta la raccolta del foraggio utilizzando tecniche manuali.

Armati di falce fienaia, in sardo ‘sa frullana’ hanno affrontato in squadra l’erba alta tagliandola lentamente, striscia, dopo striscia, sino a vedere tutt’intorno un manto di steli che sembravano riposare brillando sotto il sole. Vederli al lavoro è una lezione continua: affilano la lama utilizzando “sa pedra de acutare” appesa alla cintura dentro un corno di bue; fanno il segno della croce mentre recitano sottovoce una preghiera personale; bilanciano con perizia la falce e procedono al taglio.

Spiegano alcuni trucchi del mestiere: «Ogni tanto è necessario battere la lama e fermarsi – spiega Antonio Peralta –, infilare una piccola incudine (s’incudina) per terra finché la rosetta si ferma sulla terra facendo da base, e poi si batte la lama con un martello apposito. Una nuova affilatura con la cote e si prosegue con il taglio». La presenza di alcune erbe potrebbe richiedere metodologie diverse: «Ogni tanto si incontra del trifoglio (su trovozu), in genere fitto e ingarbugliato, ed è necessario ridurre lo spessore di taglio per evitare di dover fare un maggiore sforzo – spiega Giuseppe Meloni – o addirittura di sentirsi bloccare la lama». Lavorare sotto il sole è estremamente faticoso per cui ogni tanto si beve un po’ d’acqua, anche quest’ultima contenuta, secondo tradizione, in una brocca di terracotta avvolta in un telo bagnato. «Non si può bere vino – prosegue Mannoni con tono ironico –, perché potrebbe compromettere il lavoro».

Dopo il taglio il foraggio verrà rivoltato con la forchetta perché possa asciugarsi bene per essere imballato nei prossimi giorni. L’augurio degli appassionati è quello di coinvolgere le nuove generazioni nella riscoperta dei mestieri dei loro nonni.

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