Inchiesta e sigilli ai capannoni

Area sotto sequestro, strutture da demolire, si indaga sulle cause. Recuperate le auto parcheggiate

SASSARI. Mezz’ora per recuperare le cose indispensabili, prima che i vigili del fuoco e la polizia stendessero i sigilli per conto della Procura. Le due lavanderie che avevano l’attività nell’ultimo capannone, quello più distante dall’epicentro del rogo, sono sopravvissute: i muri del capannone sono anneriti, ma almeno i locali interni con tutti i macchinari si sono salvati.

Però il procuratore della Repubblica Giovanni Porcheddu, titolare dell’inchiesta sull’incendio divampato il pomeriggio del 22 settembre a Predda Niedda, ha disposto il sequestro dell’intera area devastata dal rogo. Lo scenario, ora che anche gli ultimi rivoli di fumo si sono spenti, è da post bombardamento. Il primo capannone, quello dove si è innescato il rogo e che conteneva i condizionatori d’aria, è ancora in piedi. Almeno l’involucro esterno è integro, perché ciò che a tutti gli effetti rimane è una scatola vuota, perché il contenuto è andato completamente distrutto.

Il capannone adiacente, invece, non esiste più. Ospitava una storica azienda produttrice di candele, e la cera stoccata nel deposito ha alimentato le fiamme a tal punto da far collassare il tetto e una facciata dell’edificio. Dice un dipendente della cereria: «Non rimane nulla: addirittura non c’è traccia di alcuni macchinari. Dissolti. Si riconosce qualcosa che assomiglia ai vasconi, per il resto sono solo macerie».

Stessa sorte per tutte le altre attività che si trovavano al primo piano, sopra la cereria, rase al suolo quando il solaio e il tetto sono crollati. Gli uffici e i magazzini di Wedding Planner non esistono più, così come il deposito del gommista, o ancora lo studio per lo sviluppo di software. Attività cancellate in un paio d’ore, delle quali non rimane altro che cenere e detriti. Invece, per fortuna, le auto che erano state spostate all’interno del cortile e parcheggiate nella parte più distante dal rogo, sono sopravvissute alle fiamme. Si tratta di tre vetture, che non hanno subito nemmeno danni alle carrozzerie. Una appartiene al titolare della cereria, l’unica bene sopravvissuto al disastro.

Per quanto riguarda invece l’inchiesta, la dinamica sembra piuttosto chiara. L’unica incognita è l’origine della prima fiammella, se dovuta a cortocircuito o a una cicca di sigaretta o ad altri fattori. Resta il fatto che il titolare della ditta Aermec non è riuscito subito a spegnere l’incendio, quando ancora era arginabile. È intervenuto con un piccolo estintore, ma quando il fuoco ha raggiunto lo stock di condizionatori d’aria che contengono il gas, è dovuto scappare e chiedere aiuto. Possibile anche che nelle operazioni di carico e scarico dei macchinari, sia colato del gas liquido sul pavimento, che abbia funzionato da miccia. Ma nell’arco di pochi minuti, dopo che il proprietario è uscito nel cortile urlando, il rogo si era già divampato nello stabile e aveva avvolto il materiale infiammabile. Le esplosioni probabilmente hanno fatto cedere pezzi del muro di confine, e il rogo si è propagato rapidamente anche all’interno della cereria. Solo un edificio si è salvato mentre gli altri due capannoni sono irrimediabilmente compromessi. È molto probabile che venga disposta la demolizione dei manufatti ancora in piedi. Oltre il fattore sicurezza, l’altra questione spinosa resta la polizza assicurativa. Ci sono attività che sono coperte contro gli incendi e che prima o poi otterranno risarcimenti. Ma altre che invece avevano assicurato solo l’immobile ma non il contenuto, e quindi le attrezzature. Per questo è fondamentale capire se l’Aermec, cioè l’azienda dalla quale è partito il rogo, sia assicurata contro questo genere di incidenti e se sia in grado di risarcire le attività che hanno perso tutto.

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