Negli scavi di Bisarcio la Ozieri del medioevo

Terminata dopo cinque settimane di lavori l’importante ricerca archeologica. Trovate tracce di un villaggio che nel Trecento arrivò a contare 1.200 abitanti

OZIERI. Un altro importante tassello per la ricostruzione della vita della Ozieri medievale, e oltre, è stato posto dai risultati dell’ultima campagna di scavi a Bisarcio, terminata nei giorni scorsi dopo cinque settimane di lavoro che hanno coinvolto 25 tra archeologi e studenti anche alla loro prima esperienza. Bisarcio si è dimostrato una miniera di conoscenze che vengono svelate di anno in anno, «come la punta di un iceberg - dice il docente e direttore dello scavo professor Marco Milanese - di un enorme sito archeologico sepolto, in parte attorno alla cattedrale stessa e in parte nei resti del villaggio medievale, abbandonato all’inizio del Settecento e che nel Trecento arrivò a contare oltre 1200 abitanti».

Sono state due le aree di interesse quest’anno, il cortile della cittadella vescovile, che ospitava anche la residenza del clero (costruire entro il 1164) rinvenuta negli anni scorsi e lo spazio limitrofo esterno del cimitero medievale del villaggio. Lo scavo del cortile ha mostrato, spiega Milanese, che «di fronte all’edificio romanico della canonica (costruito dalle stesse maestranze pisane che realizzarono la basilica), lo spazio del cortile era occupato anche da attività produttive, come la macinazione dei cereali. La presenza di una grande macina e di un mulino nei pressi della basilica non deve stupire, in quanto le decime e i tributi dovuti dalla popolazione delle campagne erano conferiti in cereali, principalmente orzo e grano. L’accentramento di questi beni di alto interesse e valore economico negli spazi del potere ecclesiastico rientra in un’ottica del controllo della popolazione contadina da parte del vescovo».

Nell’area circostante sono state poi ritrovate alcune fosse di grandi dimensioni, una delle quali potrebbe essere stata un silos per grano. «Alcune di queste fosse, databili al pieno ‘600, sono molto interessanti in quanto appartengono a un periodo successivo alla chiusura della diocesi nel 1503 e al progressivo abbandono del sito nel ‘500 anche da parte dei canonici», spiega il docente, e ciò segnala il fatto che anche dopo la soppressione della diocesi nel sito si continuò a vivere e a costruire recuperando materiali dalla casa vescovile in disuso. La campagna di quest’anno è stata l’ultima del triennio finanziato dalla Fondazione Sardegna, ma come assicura l’assessore alla Cultura Ilenia Satta «abbiamo già pronto il progetto per accedere a nuovi finanziamenti, che presenteremo a novembre, e ci auguriamo di avere anche per i prossimi anni fondi per gli scavi e continuare a portare avanti le straordinarie scoperte degli ultimi anni».

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