L’archeologia riporta alla luce il dramma dei Dannati dell’Asinara
Presentato a Porto Torres il libro curato da Marco Milanese con i risultati delle ultime ricerche sui campi di prigionia dell’isola durante la Prima guerra mondiale
Sassari Dalla terra e fra le rocce riemergono i frammenti della vita in cattività dei Dannati dell’Asinara, i 24mila prigionieri di guerra austroungarici che, fra gennaio e luglio del 1916, vissero – o sarebbe meglio dire, sopravvissero – in 5 campi di concentramento disseminati da Sud a Nord dell’isola.
È il lavoro di ricerca non invasiva coordinato dal professore dell’Università di Sassari Marco Milanese, esperto e pioniere dell’archeologia in siti di età moderna e contemporanea, ad arricchire con nuovi contributi una pagina storica che, nonostante gli studi degli ultimi anni, continua a restare sostanzialmente sconosciuta al grande pubblico.
E che racconta una tragedia di rilevanza europea, andata in scena su quell’isola che i sardi ormai sono abituati a immaginare come “incontaminata”, ma che fu invece luogo densissimo di umanità: fino all’Ottocento quella di chi aveva scelto di viverci, dopo, e fino alla chiusura del Supercarcere nel 1998, quella di chi invece vi veniva condotto con le manette ai polsi.
Nei giorni scorsi, nella sede del Parco Nazionale dell’Asinara in via Ponte Romano a Porto Torres, il docente ha presentato insieme alla Soprintendenza e all’amministrazione comunale il volume Archeologia dei campi di prigionia della I Guerra mondiale nell’isola dell’Asinara, che presenta i risultati delle campagne di ricerca non invasiva condotte sull’isola a partire dal 2018.
Ricognizioni superficiali che però potrebbero essere la base da cui far partire una vera e propria campagna di scavi: «Le cinque aree dell’Asinara dove vissero in quei mesi i 24mila prigionieri austroungarici coprono una superficie di 300 ettari, parliamo del più grande campo di prigionia in Italia nel corso della Prima guerra mondiale» spiega Milanese.
Nei ritrovamenti effettuati dal suo team, si può leggere ancora più nel dettaglio una tragedia che fino ad oggi era stata raccontata solo attraverso la lettura degli archivi. E scoprire, ad esempio, che i prigionieri vissero nelle tende, in zone dell’isola come quella di Stretti, esposta ai venti e soprattutto al gelido maestrale, e non ebbero mai la possibilità, diversamente da quelli che stavano nella penisola, di trasferirsi dentro caseggiati in muratura. Ma la quotidianità dei prigionieri è raccontata anche dai bottoni, dalle fibie, dai colli di bottiglia, dai mattoni che gli uomini producevano in una fabbrica improvvisata.
Un incubo durato sei mesi, durante il quale persero la vita in migliaia. Si trattava di prigionieri catturati dall’esercito del Regno di Serbia, alleato dell’Italia, e trascinati in una dolorosa marcia della morte fino al porto di Valona, in Albania. Dei 40mila partiti dal Nord dei Balcani ne arrivarono a destinazione solo 24mila, che poi vennero imbarcati sulle navi per l’isola: a bordo continuarono a morire come mosche, gettati in mare senza nemmeno l’onore di un funerale.
L’Asinara venne scelta come luogo di quarantena per i prigionieri, colpiti da tifo e colera. Per lo studioso sassarese, le ricerche possono avere una ricaduta concreta: «Grazie all’archeologia è possibile individuare nel dettaglio i luoghi e le loro funzioni, premessa fondamentale per qualsiasi valorizzazione dal punto di vista culturale e turistico e quindi per portare i visitatori in questi posti, raccontare le condizioni di vita dei prigionieri, illustrarne l’organizzazione, recuperare reperti che possono essere esposti in un museo».
E devono rivolgersi da un lato al pubblico più vasto e alle scuole e, dall’altro, alla comunità scientifica internazionale, con un’attenzione privilegiata agli studiosi dei dieci paesi da cui provenivano i Dannati dell’Asinara. Tre piani di azione, dunque: valorizzazione turistica, divulgazione dedicata alle scuole e ai residenti e ricerca scientifica. Ma anche la dimostrazione che l’archeologia non è solo quella della preistoria, come troppo spesso si pensa in Sardegna, ed è in grado di raccontare la materialità della storia, anche di quella contemporanea, in un modo che i documenti degli archivi non riescono a fare.
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