La Nuova Sardegna

Sassari

Il processo

Sassari, quattordicimila messaggi minacciosi alla figlia minorenne: condannata – La storia choc

di Nadia Cossu
Sassari, quattordicimila messaggi minacciosi alla figlia minorenne: condannata – La storia choc

In aula il racconto della ragazza: «Non riuscivo a chiamarla mamma». La donna picchiava lei e la nonna

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Sassari È stata condannata a due anni di reclusione la madre di 39 anni imputata di maltrattamenti nei confronti della figlia minorenne. La sospensione della pena è stata subordinata alla frequenza di un percorso di recupero in un ente da individuarsi con l’Uepe (Ufficio esecuzione penale esterna) di Sassari, da iniziare entro 30 giorni dal passaggio in giudicato della sentenza. Disposto anche il risarcimento del danno: 10mila euro in favore della figlia, costituitasi parte civile con l’avvocato Graziella Meloni.

Nel corso della requisitoria davanti al collegio presieduto da Giancosimo Mura (a latere Sara Pelicci e Stefania Mosca Angelucci), il pubblico ministero Maria Paola Asara aveva sollecitato una condanna a cinque anni di reclusione evidenziando i tormenti vissuti da «una ragazza che non si è potuta godere l’adolescenza con spensieratezza», età segnata invece da ansia, paura e tensioni quotidiane.

I 14mila messaggi minatori

Secondo la ricostruzione accusatoria, elemento centrale della prova sarebbe stata la mole imponente di messaggi: circa 14mila quelli inviati dalla madre alla figlia, una comunicazione “estenuante” l’aveva definita la pm, caratterizzata da frequenza ossessiva e contenuti estremamente invasivi. Un flusso continuo che, sempre secondo l’accusa, avrebbe inciso profondamente sulla vita della giovane, alterandone il sonno e l’equilibrio psicologico. La giovane aveva raccontato di temere la madre e di sentirsi oppressa da un controllo continuo, percepito come minaccioso. Una condizione che avrebbe avuto conseguenze pesanti: la perdita di un anno scolastico, la paura di uscire di casa per il timore di essere seguita, fino alla mancanza di energie per affrontare la quotidianità. Nel processo sono emersi anche presunti episodi di umiliazione verbale. La donna avrebbe minacciato più volte la figlia di abbandonarla e le avrebbe rivolto insulti pesanti. Circostanze confermate dalla nonna della ragazza, che ha parlato di rapporti fortemente deteriorati, descrivendo telefonate insistenti anche quando la giovane si trovava con amici e frasi intimidatorie. La madre avrebbe inoltre evocato legami con ambienti criminali, citando un’amicizia con un esponente del clan Casamonica, «con l’intento di incutere timore e arrivando – secondo la Procura – a minacce particolarmente gravi come quella di lanciare acido contro la figlia».

Il racconto della ragazza

Durante la sua deposizione, la ragazza ha raccontato un rapporto talmente compromesso da non riuscire a chiamare la madre “mamma”, ma utilizzando il suo nome. Ha parlato anche di episodi di violenza fisica, sostenendo che la donna avrebbe picchiato sia lei sia la nonna, e ha descritto una situazione di sostanziale abbandono, indicando proprio nella nonna la figura di riferimento quotidiana. Rilevante, nella prospettiva dell’accusa, anche l’analisi dei messaggi, non solo per la quantità ma per i contenuti, ritenuti gravemente minacciosi. Alcuni sarebbero stati inviati sotto falso nome, contribuendo ad alimentare uno stato di ansia costante nella minore. Particolarmente significativa, nel corso del dibattimento, è stata la testimonianza della ragazza, segnata da lacrime e difficoltà nel parlare. Ha descritto anche episodi di schiaffi, «più dolorosi dentro che fuori», ricevuti – a suo dire – senza motivo. I testimoni citati dagli avvocati difensori Giancarlo Lima e Rodolfo Di Martino, secondo il pm, non avrebbero invece fornito elementi idonei a scalfire il quadro accusatorio, limitandosi a riferire di rapporti apparentemente sereni tra madre e figlia. L’avvocato Graziella Meloni si era associata alle richieste della pm sottolineando la profonda sofferenza della minore e chiedendo la condanna con risarcimento dei danni, ora riconosciuto nella sentenza.

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