Sassari, lo scultore Marco Silecchia si racconta: «Le mie opere devono emozionare»
Figlio del maestro Giuseppe, sta realizzando un altorilievo di San Michele Arcangelo alto oltre due metri
Sassari A Sassari, in via Pirandello, c’è un luogo in cui il tempo sembra seguire un ritmo diverso, scandito dal lavoro delle mani, dal profumo dell’argilla e dal calore dei forni. È il laboratorio di Marco Silecchia, 59 anni, pittore, scultore e ceramista, figlio del maestro Giuseppe Silecchia, figura di riferimento dell’artigianato artistico sardo del Novecento.
Le origini. Tra disegni a matita, stampi in gesso, ceramiche colorate e opere ancora in lavorazione, Marco custodisce una storia che viene da lontano e che oggi continua a prendere forma attraverso una delle sue creazioni più impegnative, un grande altorilievo di San Michele Arcangelo, alto oltre due metri, destinato alla chiesa omonima di Olbia.
Cinque mesi di lavoro. Per realizzarlo sono serviti più di cinque mesi di lavoro, circa 300 chili di argilla e 200 di gesso per gli stampi, oltre a un lungo procedimento che culmina nella cottura a 970 gradi e nella smaltatura. «È un’opera che mi ha coinvolto profondamente, non soltanto per le dimensioni e le difficoltà tecniche, ma soprattutto per il suo significato. San Michele rappresenta la lotta tra il Bene e il Male, un conflitto che appartiene a tutti noi. Ogni giorno siamo chiamati a scegliere la strada giusta, a dare la risposta giusta». Mentre racconta il lavoro, il laboratorio sembra diventare parte della storia stessa dell’opera, ogni oggetto conserva una traccia, ogni strumento rimanda a un gesto ripetuto migliaia di volte, ogni forno racconta una parte di questa lunga fedeltà alla materia.
Il ricordo. «Mio padre era uno scultore ceramista. Da ragazzo lo aiutavo in bottega e ricordo ancora gli odori, i colori, l’atmosfera di quel luogo. Mi facevano sentire a casa. È lì che ho capito quale sarebbe stata la mia strada». Giuseppe Silecchia ha lasciato un segno importante nell’arte sarda, dalla fontana monumentale del Padiglione Tavolara agli arredi sacri e alle grandi opere in ceramica realizzate per chiese e spazi pubblici. Marco è cresciuto osservandolo lavorare, imparando che dietro la bellezza di un’opera ci sono studio, pazienza, esperienza e una dedizione che non conosce orari. «Seguo le orme e l’arte di mio padre, ma ogni opera deve trovare la propria identità. La tradizione è una base da cui partire, non un punto in cui fermarsi».
Il bozzetto. Anche il San Michele destinato a Olbia nasce da questa convinzione. Il bozzetto originale, disegnato a matita, è stato scelto dal parroco tra le proposte presentate da cinque artisti per l’altare laterale dedicato all’Arcangelo. Per Silecchia è una soddisfazione che si aggiunge al legame già costruito con quella comunità attraverso la Via Crucis realizzata per la stessa chiesa. «La difficoltà più grande non è soltanto riuscire a realizzare un’opera di queste dimensioni. È fare in modo che, una volta compiuta, arrivi alle persone. Se un’opera non trasmette una sensazione, se non suscita un’emozione, sento di aver fallito. La tecnica è fondamentale, ma non può essere tutto: bisogna riuscire a mettere nell’opera qualcosa di sé». La sua è una visione dell’arte in cui l’artista e l’artigiano non sono figure separate.
«L’arte autentica si intreccia con il mestiere, con le mani. Ci vogliono talento e vocazione, ma anche tanto lavoro, determinazione e rispetto per la materia». E mentre San Michele prende lentamente forma, tra la memoria del padre e la ricerca personale, Marco guarda anche alle nuove generazioni. «Vorrei far capire ai giovani che il mestiere dell’arte è vivo, che si può ancora costruire qualcosa di importante lavorando con passione e serietà».
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