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Fabio Aru, il domani sulle grandi salite

di Mario Carta
Fabio Aru, il domani sulle grandi salite

La giovane promessa sarda non vuole pressioni: «Star dietro non mi piace ma prima devo imparare ad aiutare gli altri»

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C’è salita e salita, e c’è modo e modo di affrontarla. Fabio Aru vive la sua sfida contro la gravità a bocca chiusa, e le pendenze personali le risolve con l’abnegazione e il rispetto dei ruoli. Per tutte le altre muscoli sacrificio e una caparbietà isolana che non nega. Sardo di poche parole e grandi ambizioni, al secondo anno da professionista si scrolla dalle spalle le velleità altrui e pensa alle proprie, a far un po’ meglio dello scorso anno, quando al quinto giorno in maglia bianca – quella destinata al miglior giovane in gara – dovette arrendersi a una gastroenterite. Quarantaduesimo alla fine, e da ciascuno dei 3.341.8 chilometri percorsi una lezione per il futuro, che è oggi.

L’Astana gli ha prolungato il contratto sino a tutto il 2015, continua a credere in lui e lui continua a credere nella squadra e in se stesso. «Dell’anno scorso porto tanta rabbia e il ricordo del mal di pancia. Ma è stata una grande esperienza, molto importante. Ho imparato tante cose, e correre con Vincenzo Nibali mi ha dato tanto. Sono pronto per questa nuova avventura. Più pronto».

24 anni il 3 luglio, il sardo Aru è una mosca in maglia bianca, sulle strade di un’Italia lontana anche nel ciclismo. Nella storia solo cinque suoi corregionali hanno fatto la corsa in rosa. Laconi (’31), Uccheddu e Garau da indipendenti ( ’61 e ’63), Bratzu ( ’69) e in tempi moderni il velocista Loddo (2004, 2006, 2008 e 2010). Quattro mori, cinque gocce – sei con Aru – nel mare magno della gloriosa corsa, che d’altronde non è che abbia ricambiato: il Giro in 97 edizioni ha degnato la Sardegna di appena tre presenze: 1961, 1991 e 2007. Aru a questo non pensa e forse non sa, lui si concentra sulla pedalata e sa come farlo. In sella solo a 15 anni, due giri della Val d’Aosta e un secondo posto tricolore under 23 il meglio da dilettante. È cresciuto, da scommessa a potenziale campione. Lui fa il modesto: «L’anno scorso per me c’era in programma il Giro ma fino alla partenza da Napoli non ero sicuro».

Ha ripagato con la maglia di miglior giovane, ha aiutato Nibali anche sulle Cime di Lavaredo, dove è arrivato ottavo. In salita ci sa fare. «Quest’anno metterò anche la maglia di lana – scherza –, ma speriamo che il tempo sia migliore».

Settimo al Trentino: «Ci sono arrivato con poche gare nelle gambe, ho provato a fare qualcosa, non ero brillantissimo ma mi sono salvato. Ho basato la preparazione soprattutto sul Giro, non ho corso molto, 13 giorni. Forse la squadra ha voluto preservarmi».

Forse l’Astana sa che con un Giro così ha bisogno di Aru. Come vede il percorso rispetto alle sue caratteristiche? «È duro, e come ogni anno è durissima l’ultima settimana in particolare. Decisiva la cronoscalata».

Un Giro per stranieri? «Vedremo, ma tanti italiani possono far bene a partire dal mio capitano Scarponi. Poi Basso, Pelizzotti, Pozzovivo... Io? Fare corsa di retrovia non mi piace, ma prima di tutto bisogna imparare ad aiutare gli altri».

La maglia bianca come obiettivo, per la speranza azzurra della salita in un Paese che arranca. Una bella responsabilità. «La fiducia mi dà la carica, ma vedremo cosa succede strada facendo». A bocca chiusa però, perché certi sogni non si possono dire.

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