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Diomedi, l'unico sardo in campo nel giorno dello scudetto

Enrico Gaviano
Marcello Diomedi con la maglia del Bari
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Marcello Diomedi con la maglia del Bari

Calangianese, il 12 aprile 1970 era in campo contro il Cagliari con la maglia del Bari

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Il giorno dello scudetto, il 12 aprile 1970, all’Amsicora c’era in campo un solo sardo. Però non giocava nel Cagliari, ma nel Bari. Marcello Diomedi, difensore- centrocampista, classe 1942, è originario di Calangianus. Oggi vive a Jesi, nelle Marche, la terra d’origine di suo papà finito in Sardegna poco prima dell’inizio della Seconda guerra mondiale a dirigere gli uffici del dazio a Tempio Pausania. Ma con la Sardegna resta il legame fortissimo dell’infanzia, e i molti parenti che in Sardegna vivono, fra Sassari e la Gallura. «Io mi sento sardo sino al midollo – ama ripetere –, per carattere e per l’affetto che porto alla mia terra».

Cagliari-Bari. Cosa si ricorda di quel giorno.

«Una giornata incredibile. C’era il sole, lo stadio stracolmo. E io ero felice di scendere in campo. Anche perché, per la verità, non avrei proprio dovuto giocare...»

E per quale motivo?

«Stetti male tutta la settimana. Avevo dei grossi problemi alle gengive, e così dovetti per forza prendere degli antibiotici. Questo sino alla sera prima della partita. Ma volevo giocare a tutti i costi».

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E quindi?

«L’allenatore Matteucci, che aveva sostituito da poche giornate l’esonerato Oronzo Pugliese venne a dirmi: allora Marcello, te la senti di giocare? Io risposi di sì. Non potevo mancare a quell’appuntamento nella mia Sardegna. Sulle tribune c’erano tanti amici di tutta l’isola e i parenti».

Il Cagliari vinse e festeggiò lo scudetto.

«C’erano motivazioni ben diverse. Noi eravamo praticamente retrocessi, il Cagliari doveva vincere per chiudere il campionato. A me toccò marcare Nenè, un giocatore fantastico e, oltretutto, molto corretto. Sì, è vero, perdemmo 2-0 ma non regalammo la partita. Considerate che solo a un minuto dalla fine Gori segnò la rete del raddoppio. La partita sino a quel momento era stata ancora in bilico».

Lei nel frattempo era già uscito dal campo.

«Sì, intorno al 16’ della ripresa chiesi il cambio. Gli antibiotici fecero effetto e dopo un’ora non sentivo più le gambe».

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Il suo compagno di squadra Loseto in questi giorni ha detto di aver perso la maglietta che gli diede Riva a fine gara, lei scambiò la maglia con qualcuno?

«No, andai via senza niente in mano. Ma non ho mai avuto la fissazione delle magliette. Pensi che a fine carriera ne avevo conservato appena tre: quella della finale della Mitropa Cup vinta con la Fiorentina, quella della nazionale di C con cui feci gol, e una del Bari che è stata la squadra a cui sono rimasto molto affezionato. E poi queste maglie le ho pure regalate ai miei nipoti».

Ha cullato il sogno di giocare nel Cagliari?

«C’è stato solo un momento in cui la possibilità, remota, si è affacciata. All’inizio del torneo 1967-68 ero in rotta con la Fiorentina: mi avevano detto che sarei stato titolare e invece non mi utilizzavano, finchè un giorno mi scocciai così sapendo che il Cagliari era in ritiro a Marina di Ravenna, andai a parlare con Arrica. Gli dissi che avrei giocato volentieri a Cagliari. Ma poi non se ne fece nulla».

Una volta ha anche marcato Riva.

«Sì nel 1966 a Cagliari. Finì 1-0 per loro ma Riva rimase all'asciutto. All’inizio il pubblico fischiava, ma alla fine mi applaudirono. Giocai sempre sull’anticipo. Fu una giornata indimenticabile. E Riva qualche anno dopo in un’intervista che conservo, parlò di quella marcatura ferrea».

Come ha iniziato a giocare?

«Da ragazzino a Olbia, dove andavo a a scuola. Quindi a Cagliari, dove frequentavo la ragioneria al Martini. Lì esordii in promozione con la Pacini».

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E il salto in serie D?

«Ero bravino e giocando nella rappresentativa juniores e di Promozione della Sardegna nella penisola fui notato dai dirigenti della Sangiorgese. Mi chiesero di andar lì. Mia madre non ne voleva sapere: devi diplomarti. Io la convinsi, anche perché sapevo già da allora che bisognava pensare al futuro dopo il calcio. Infatti mi diplomai e cominciai a lavorare e giocare a pallone».

Un nuovo step, ed ecco la C.

«Alla Ternana: sono andato bene. E così un anno dopo mi prese la Fiorentina in A. Toccavo il cielo con un dito, anche perché nella prima stagione vincemmo Coppa Italia e Mitropa».

Quindi il Bari...

«Un’esperienza bellissima e ancora i tifosi del Bari sono attaccatissimi a me. Sono molto orgoglioso di questo».

Lei ha anche un bel primato. Nella sua carriera ultraventennale ha giocato in tutte le categorie, dalla Terza categoria alla A.

«Un personaggio della tv , Sossio Aruta, alcune stagioni fa chiese al Benevento di scendere in campo per un minuto in A perchè “così sarei il primo a giocare in tutte le categorie”. Si sbagliava. Intanto il Benevento non ha accettato e comunque, il primo a fare così tanto sono stato io».

Ha chiuso virtualmente la carriera ad Alghero: due stagioni dal 1973 al 1975.

«Ero tornato in Sardegna perché la Sai Assicurazioni mi chiese di farmi le ossa nell’isola prima di darmi un’agenzia tutta mia. Con i catalani ho disputato due stagioni bellissime. Dopo un infortunio, rientrai nelle ultime tre partite segnando 5 gol. Insomma, ero in forma ma il campionato era finito».

E perché non è rimasto?

«Avrei dovuto dirigere l’agenzia a Tempio, ma un’assicurazione concorrente, la Ras, mi propose un’agenzia nelle Marche. Mia moglie preferiva stare lì, e così ho deciso di tornare nella penisola. Ma in Sardegna vengo spesso a trovare i miei parenti. Penso ad esempio a mio fratello, Enrico, purtroppo scomparso, avvocato a cui è dedicata un’aula del tribunale id Tempio. O a sua figlio Maurizio, un campione nell’automobilismo. Insomma, i Diomedi, compreso il sottoscritto, hanno saputo portare in alto il nome della Sardegna»
 

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