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«Qui sono un re, cara Olbia non ti mollo»

di Paolo Ardovino
«Qui sono un re, cara Olbia non ti mollo»

Emerson, brasiliano, 41 anni tra poco, è il difensore dei bianchi. Nell’isola anche l’amore: «Mia moglie è nuorese doc»

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OLBIA. Definirlo leader è naturale e il discorso non si riferisce all’età, quasi 41. Emerson Ramos Borges, il “Puma” della difesa olbiese, è di quei calciatori che lasciano ovunque la propria traccia. Da Olbia confermano. Protagonista nell’ultima stagione, trascinatore, grande uomo prima che grande calciatore. Perché il calcio non è solo questione di pallone e partita della domenica.

Dopo 36 presenze, si torna alla normalità. Tolto il completo dell’Olbia, la vita di Emerson è nelle strade lastricate al centro di Nuoro, lungo via Sebastiano Satta. A due passi dal museo Man il salone di parrucchiera dove lavora la moglie Marcella, più su la piazza intitolata al Vate della Sardegna, «lui e la Deledda sono due grandi simboli della città», camminando Emerson spiega con l’orgoglio di chi è di casa. Tra le sculture di Nivola, i tavolini del bar ristorante Montiblu, un’istituzione. «Il mio posto preferito, porto sempre qui le persone che vengono a trovarmi». Due caffè e si comincia a chiacchierare: «Non mi piace quando mi trovo a parlare con qualcuno, e si parla solo di calcio». Lo si era capito già dalle conferenze post-partita in stagione: il suo modo di intendere quel che vive da vent’anni è differente. In un’ora, non una parola su azioni riuscite, sulla punizione più bella mai realizzata, su una sostituzione mal digerita. I racconti del Puma sono incentrati su quel che c’è attorno.

Per dire, lui ha vissuto in piazze (calcistiche stavolta) molto calde. Ricorda: «A Taranto sono stato pochi mesi (dal gennaio 2008 a fine stagione, ndc) ma è tra le esperienze più belle. Fui preso un paio di giorni prima della partita con la Salernitana, con cui c’è una rivalità molto sentita. La guardai in tribuna. Vittoria 4-2: ricordo ancora la faccia di un signore al gol del 3-0, aveva le lacrime agli occhi». Poi l’esperienza alla Reggina qualche anno dopo. «Sono sempre arrivato nelle squadre senza troppe aspettative. Ma da quelle parti dopo la prima partita e soprattutto il primo gol cambiava tutto – sorride Emerson –, a Reggio Calabria mia moglie mi disse che il macellaio dove andava aveva alle pareti le foto di tutta la squadra e allora non volevo mai entrare, sapevo già che non ci avrebbe fatto pagare e non volevo. Un giorno fui costretto a scendere dall’auto per aiutarla con le buste. Lui mi vide e disse a mia moglie: “ma come, non mi avete detto niente?”». Da quel giorno, spesa gratis ogni volta.

Poi il calcio misto a politica di Livorno, le scale mobili più grandi d’Europa di Potenza. I tifosi, ancora, nelle esagerazioni: «È legittimo che ci giudichino. Certo, non può essere che o tutto va bene o tutto va male. Le critiche devono esserci anche quando si vincono le partite, per esempio. E non ho mai capito il senso delle contestazioni allo stadio o ai campi di allenamento».

Olbia, dice, «è un paradiso». Poi parla dell’ambiente e del gruppo, «contesto perfetto per giocare e per crescere, lo dico ai giovani. Quest’anno ci sono stati momenti difficili, sono successe anche cose poco carine, ma sono state risolte senza che degenerassero».

L’accordo biennale gli ha permesso di tornare nell’isola, a casa sua (durante l’esperienza alla Nuorese, dal 2004 al 2007, lì, proprio nel salone di parrucchiera di via Satta, aveva conosciuto Marcella). «Questi mesi ho fatto ogni giorno Nuoro-Olbia, non mi pesa viaggiare, anzi». Ora si attende che i due figli finiscano la scuola, poi le vacanze. «Mi piace Capo Comino».

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