Pavoletti: «A Cagliari nove anni di emozioni, questa maglia è mia per sempre e il mio futuro è qui»
Il capitano e bomber si racconta dopo l’addio ai colori rossoblù
Cagliari Nove anni al Cagliari, 232 partite e 53 gol: ecco Leonardo Pavoletti, capitano e bomber rossoblù. In questa intervista si incrociano passato, presente e futuro dell’attaccante con il vizio del gol in zona Cesarini, come quello di Bari al 94’ che catapultò la squadra in serie A. A 37 anni, scaduto il contratto, ora vive la prima estate senza ritiro precampionato. «È tutto molto strano – dice–. I compagni del Cagliari però mi hanno fatto sentire ancora uno di loro. Il giorno del raduno sono venuti sotto casa e mi hanno fatto scendere per bere una birra e brindare alla nuova stagione. Sono fiducioso. Se arriveranno i rinforzi chiesti da Pisacane si può essere ottimisti, considerando anche che Fabio avrà l’esperienza accumulata all’esordio in panchina in serie A». Pavoletti pensa al futuro. «A Cagliari sto bene. Con mia moglie Elisa Aliotta siamo arrivati che eravamo giovani. Abbiamo avuto tre figli: Giorgio, Brando e qualche giorno fa Emma Luna, e qui ci siamo sposati. A breve mi iscriverò al corso per direttore sportivo, una carriera che penso sia adatta al mio carattere e alle mie conoscenze del mondo del calcio».
La storia in rossoblù è iniziata 9 anni fa. «Per la verità – corregge – sarei dovuto arrivare 3 anni prima, reduce da Varese. Il segretario rossoblù Stagno aveva già preso i miei biglietti per Cagliari e io avevo festeggiato con i miei amici a Livorno. Ma l’affare col Sassuolo, proprietario del cartellino, saltò in extremis».
Nel 2017 finalmente Cagliari. «Dopo il boom al Genoa, con 23 gol in 45 partite, sei mesi buttati a Napoli. Tanta panchina e basta. Cercarono di liberarsi di me rapidamente. Mi contattarono Wolverhampton, B inglese, e due squadre spagnole della Liga. Ero tentato, ma la chiamata del Cagliari fece svanire ogni dubbio». Primo impatto in Sardegna da raccontare. «Quando sbucai nella sala arrivi di Elmas – ride divertito – c’era una bolgia: fotografi, giornalisti, e tanta gente. Pensavo fosse arrivato qualcuno di importante. Invece erano lì per me. Ho capito in un lampo che c’erano enormi aspettative. La conferma giusto pochi giorni più tardi. Il mio compagno di squadra Paolo Faragò mi portò alla Sagra del pesce a Giorgino che finì in un assalto. Dovettero nascondermi in una stanza e lì portarmi da mangiare e da bere. Insomma, l’entusiasmo era davvero alle stelle». Affetto che Pavoletti ha subito ripagato.
«Prima annata difficile. Ma grazie a Diego Lopez in panchina e alla squadra riuscimmo a restare in A. Feci 11 gol: il primo, inutile, proprio al Genoa. Il secondo oltre il 90’ al Benevento, e vincemmo. Ma uno fra i più pesanti della mia carriera arrivò alla penultima giornata: sbancammo Firenze e uscimmo della zona retrocessione».
Nel 2018/19 la stagione più bella in rossoblù. «La squadra mi aiutò tanto con un gioco che puntava sulle fasce laterali e sui cross al centro per far leva sulla mia abilità di testa. Feci 16 gol in campionato, due in Coppa Italia e uno con la nazionale nella mia unica presenza in azzurro». Una partita e un gol, un piccolo record. «Sono stato convocato da Conte, da Ventura e da Mancini. Durante le amichevoli mi facevano scaldare a lungo, ma entrare mai. Quella volta contro il Liechtenstein Mancini invece mi buttò dentro. Stavamo già vincendo bene e io segnai subito. La rete più rapida di un esordiente in nazionale». Tutto si è spezzato all’inizio del campionato 2019/20. «Intanto, dopo tutti quei gol – ricorda – attirai l’attenzione dell’Atalanta di Gasperini. Ma restai a Cagliari. Pensavo che potevamo diventare noi una nuova Atalanta. Era un bel progetto, ma mi infortunai al ginocchio sinistro alla prima giornata contro il Brescia. Rientrai dopo 7 mesi per dare una mano a raggiungere la salvezza». Dopo è arrivato un periodo difficile. «Nove gol in due stagioni con 66 presenze. Nel maggio 2022 arrivò pure la botta di Venezia, quello 0-0 che ci fece precipitare in B».
Un ricordo molto triste. «Penso sempre al ritorno dallo stadio in motoscafo, il buio, la fredda laguna – sottolinea –. Seduti, quasi non ci guardavamo in faccia, qualcuno piangeva. Sembrava un viaggio senza ritorno». Invece è bastato un anno per tornare subito in A. «In estate dopo la caduta chiesi e ottenni di restare. Ma fu decisivo Ranieri. Senza di lui saremmo finiti a metà classifica. Invece realizzammo un’impresa». Però di quel campionato resta il gol di Pavoletti a Bari, l’11 giugno 2023.
«Nonostante l’1-1 all’andata – ammette – eravamo sicuri di vincere al San Nicola. Vissi quella gara in tensione. Mancavano pochi minuti alla fine ma Ranieri non mi faceva entrare e in quei momenti pensavo di aver forse sbagliato a restare al Cagliari. Dubbi che sparirono all’ingresso in campo, nervoso ma carico. Ho fatto a sportellate, dato calci, sbagliato interventi. Poi è arrivato il cross di Zappa e la rete. Ho corso in trance scrollandomi la polvere dalle spalle, il solito gesto scaramantico, mentre i miei compagni impazzivano di gioia». Pavoletti capitano non per caso.
«In serie B si fece una votazione e fui scelto. Che orgoglio! Anche se poi credo di essere il capitano che ha indossato meno volte la fascia. Ormai, da allora, prevalentemente partivo dalla panchina». I gol all’ultimo respiro sono arrivati anche nella stagione della salvezza con Ranieri. «Contro Frosinone e Sassuolo sono stato bravo e fortunato. Dopo il Sassuolo e la rete in rovesciata al 98’, durante la notte il loro portiere, Consigli, mi mandò un messaggio per farmi i complimenti. Un gesto da grande sportivo». Ma la barca poi ha scricchiolato tanto. «Perdemmo con la Lazio, Ranieri voleva mollare. Davanti a giocatori, staff e magazzinieri, gli dissi che dovevamo salvarci o retrocedere ma tutti insieme. Lo convinsi. Pochi minuti dopo ci ritrovammo da soli, e tendendomi la mano mi disse: bravo, tu sei un vero capitano». Nelle ultime due stagioni il ginocchio sempre più fragile e appena tre gol. «Due importanti. A Verona, senza Piccoli e Mina, abbiamo vinto e preso tre punti decisivi. In questo campionato l’ultima rete. Abbiamo perso, ma fare gol al Pisa, conoscendo la rivalità che esiste con la mia Livorno, è sempre bello. Quasi come avessi assolto a una missione da allora ho ricominciato a zoppicare e non sono più riuscito ad allenarmi». L’alt inevitabile, come pure una nuova operazione. «Mi premeva camminare normalmente. Ora le cose vanno bene. Non so se potrò giocare di nuovo ma quello che conta è non avere problemi nella vita di tutti i giorni».
C’è stato il tempo di salutare i tifosi. «Una bella festa con la salvezza alla fine di Cagliari-Torino. Mi hanno dato un microfono e ho salutato lo stadio con tanta emozione. L’ultima delle tante vissute con questa maglia che sento appiccicata come una seconda pelle».
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