La Nuova Sardegna

Cristiano De André: «Musica che ci salva»

di Walter Porcedda
Cristiano De André: «Musica che ci salva»

A Cardedu una veste affascinante per i classici del padre Una band formidabile e ogni canzone diventa una perla

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CARDEDU. De André canta De André. E il tempo sembra volare. Quello che era ieri è oggi, e l’oggi è già domani. In una notte di luna piena Cristiano affila le rime del padre e prende il cuore dei milleseicento nell’arena davanti al mare, ultimo appuntamento di Rocce Rosse, festival che ha ancora una volta il coraggio di cambiare.

Due ore di musica, intensa, poetica e un po’ rivoluzionaria, in cui De André figlio, musicista di razza, riprendendo brani dal vasto songbook di De Andrè il padre, li fa suonare come fosse la prima volta. Motivi conservati da tempo dentro l’anima d’improvviso tornano ad altra vita.

Potenza delle canzoni e dell’arte di chi le riconsegna con un abbraccio a chi le intonerà ancora o magari lo farà per la prima volta. Ci sono concerti che lasciano il segno. Aldilà del magic moment del live, capita talvolta che certe canzoni aprano canali di comunicazione inediti, varchi insospettati dentro cui si insinuano onde di energia capaci di muovere il mondo. Canzoni che, con lo scorrere del tempo, assumono nuovo senso, stratificando messaggi e bisogni.

Quelle che prima erano profezie ora sono realtà. Ma è «in un momento buio come quello in cui viviamo – dice Cristiano–, che vale la pena di non sentirsi vinti». Bisogna rialzarsi e combattere ancora per un mondo migliore. Questo era il messaggio di Fabrizio, e tale è il testimone raccolto dal figlio che ha riarrangiato genialmente ogni singolo motivo. Una missione, quasi, per diffondere anche tra i più giovani la forza e la profondità dell’opera di Fabrizio.

«La bellezza, l’arte e la musica possono salvare la vita, non lasciamoci andare – esorta – torniamo a volerci bene, iniziando a ragionare con il cuore». E ad abbracciarci, come suggerisce l’affresco stilizzato con tante mani dalla pittrice Violetta Carpino che campeggia nel fondale collocato sul palco dove agisce la formidabile band (Osvaldo di Dio alla chitarra, Max Marcolini, tastiere, Davide Pezzin, basso e Davide Devito, batteria) che per due ore ha costruito un live mozzafiato. Di quelli difficilmente dimenticabili.

Ogni singolo pezzo dei venti in scaletta è una perla. Cristiano alterna letture filologiche in acustico ad altri impreziositi da chitarre rock, atmosfere e suoni contemporanei. Difficile scegliere. Apertura in genovese con “Capudàn Pascià” seguito da “A Cimma” che si fa mediterranea con “Don Raffaè”. Da “Anime salve” arrivano “Korakhanè” e “Dolcenera. Per intensità di interpretazione è un capolavoro assoluto “La guerra di Piero” cantata lentamente, un dark blues senza fronzoli dipinto di nero che sembra citare “Berlin” di Reed. Emoziona “Amore che vieni, amore che vai” cantato in solitario accompagnandosi al piano Fender, mentre hanno un tiro rock travolgente “Quello che non ho”, “Volta la carta”, “Fiume Sand Creek” e “Il Pescatore”. Colpiscono al cuore per drammaticità “Collina” ,“Il bombarolo” e “Il testamento di Tito” : Completano la scaletta “Canzone per l’estate”, “Una storia sbagliata”, “Coda di lupo”, “Creuza de ma”, “A dumenega” e l’ultima “La canzone dell’amore perduto”. Oggi si replica a Porto Rotondo e domani al Parco dei Suoni di Riola per la Rete dei festival (ore 22).

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