Archeologia, nuove prove: i sardi primi a fare il vino nell'area del Mediterraneo

Il prelievo dei residui dalle porosità della pietra di Monte Zara

Archeologi, botanici e chimici hanno lavorato sui residui della pressa di pietra scoperta a Monte Zara: prima vinificazione con un torchio nuragico

SASSARI. Dai ricercatori arriva un’altra prova: sono stati i nuragici i più antichi vinificatori del Mediterraneo. «Rispetto alle precedenti scoperte questa è la conferma che noi sardi avevamo una conoscenza approfondita delle tecniche della vinificazione già dall’Età del bronzo», spiega il botanico Gian Luigi Bacchetta direttore dell’Orto botanico di Cagliari, parlando dei risultati delle analisi sui residui organici rinvenuti nel torchio nuragico ritrovato dall’archeologo Giovanni Ugas nel 1993 a Monastir – presso il Monte Zara – e che per primo ne ipotizzò l’utilizzo per la spremitura dell’uva.

Ricercatori al lavoro sul torchio nuragico

Un manufatto che ci testimonia l’altissima competenza ingegneristica dell’antica civiltà sarda. Una pressa di pietra – la più antica fin’ora rinvenuta nell’area mediterranea – di circa 50 centimetri di diametro su cui Pier Luigi Caboni, con l’equipe archeobotanica del Centro conservazione biodiversità in collaborazione con i ricercatori di chimica degli alimenti del Dipartimento di scienze della vita e dell’ambiente dell’Università di Cagliari, hanno ritrovato tracce che portano inequivocabilmente alla lavorazione dell’uva.

«Ancora una prova di quanto fosse evoluta la civiltà dei sardi – sottolinea Bacchetta –. La loro conoscenza di lavorazioni sofisticate era molto più antica di quella dei fenici e dei romani, civiltà a cui si era sempre fatta risalire l’introduzione della vinificazione nell’isola. Insomma non ci ha insegnato niente nessuno». Ancora più sorprendente il filo ininterrotto che arriva fino ai nostri giorni. «Certo – continua Bacchetta – i risultati delle analisi ci dicono che questi vitigni antichi erano molto vicini a tante qualità coltivate ancora oggi». Una scoperta che rende unica la tradizione del vino in Sardegna. «Un ritrovamento che dà un valore aggiunto al vino sardo – aggiunge il botanico – , in un mondo dove la concorrenza è alta potersi fregiare del titolo di vinificatori millenari è una chance preziosa per le nostre produzioni. In questo senso la collaborazione tra gli studiosi e i territori è fondamentale, la ricerca può dare una mano al rilancio dei prodotti ed essere quella marcia in più per la crescita di tutta la Sardegna».

Gian Luigi Bacchetta sarà il moderatore dell’incontro che si terrà il 9 dicembre a partire dalle 16 nell’aula consiliare del Comune di Monastir dal titolo “La vite e il vino in Sardegna: una storia millenaria. Saranno presentati i risultati delle scoperte effettuate dall’equipe archeobotanica del Centro conservazione biodiversità in collaborazione con i ricercatori di chimica degli alimenti del Dipartimento di scienze della vita e dell’ambiente dell’università di cagliari. All’incontro interverranno anche l’archeologa Cinzia Loi, che presenterà le antiche metodologie di produzione del vino in Sardegna, a seguire Onofrio Graviano dell’agenzia Agris che parlerà della caratterizzazione enologica, chimica e sensoriale dei vitigni autoctoni della Sardegna. A conclusione Guy d’Hallewin, direttore del Ispa Cnr di Sassari, presenterà i recenti studi realizzati sulle proprietà nutraceutiche (tra nutrizione e farmaceutica) e della vite.

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