Padre Manzella, apostolo della Sardegna

Ottant’anni fa moriva a Sassari il sacerdote che fondò la Casa della divina provvidenza. In corso il processo di beatificazione

Gli anniversari, si sa, servono anche per fare bilanci. E questo dell’ottantesimo della morte del missionario vincenziano Giovan Battista Manzella, padre Manzella – «l’apostolo della Sardegna», nelle parole di Giovanni Paolo II – offre l’occasione per guardare, da una parte, alle ragioni profonde della lunghissima scia di devozione che arriva fino a oggi, come dimostra l’incessante movimento dei fedeli che quotidianamente si raccolgono in preghiera nella cripta della chiesa del Santissimo Sacramento, nei pressi delle Cliniche. Dall’altra, di mettere in luce il coraggio, l’intrepidità della speranza; la sua personalità carismatica e l’impressionante energia pastorale, tradotta in innumerevoli istituzioni caritative, i cui nomi risuonano ancora oggi a Sassari e nell’intera Sardegna. Un’energia che imponeva anche ai laici la forza di un ottimismo volontaristico che nasceva dalla volontà cosciente del “fare”, nel “qui” storico (la città di Sassari). Di fornire aiuto, scuole, soccorso medico alle grandi masse dei poveri, anziani e bambini abbandonati, incontrando altre volontà e speranze. Quelle delle donne a cui offre un modello di religiosità che si spinge nel mondo esterno, dove – povertà, malattia, vecchiaia, disabilità – richiedevano non la carità tradizionale, ma capacità organizzative e finanziarie che si traducevano in progetti concreti.

Prendevano corpo nei primi decenni del Novecento istituzioni assistenziali, iscritte nella storia e nella toponomastica, luoghi dell’identità cittadina: dalla “Casa della Divina Provvidenza” per i cronici e i derelitti, all’Istituto dei Sordomuti, all’Istituto dei Ciechi e al Rifugio Gesù Bambino, opere queste, realizzate anche con l’ausilio delle Figlie della Carità, delle Dame di Carità e con il contributo di personalità di rilievo del laicato cattolico sassarese. Con la religiosa madre Angela Marongiu fondò nel 1927 l’Istituto delle suore del Getsemani (le Manzelliane), una comunità religiosa volta all’educazione della gioventù femminile e dei bambini, alla gestione di asili, orfanotrofi e consultori. Di famiglia modesta, Padre Manzella era nato a Soncino (Crema) in uno dei borghi più belli d’Italia, che gli ha dedicato una strada e lo ricorda tra i personaggi di rilievo, tra cui un papa, Pio V, una santa, P. Elisabetta Cerioli, e alcuni Beati e Beate. Il suo percorso verso l’apostolato missionario, date le difficoltà familiari, fu lento e faticoso: diventato Missionario vincenziano, entrò tardi in Seminario e fu ordinato sacerdote a 38 anni, impegnandosi poi per alcuni nel lavoro di formazione dei giovani e nella direzione dei novizi a Chieri. Ha 45 anni quando arriva in Sardegna, “il signor Manzella”, come erano chiamati secondo l’uso francese. Nell’immaginario continentale, la Sardegna era una terra di banditi, di febbri malariche, di vendette, di povertà, di popolazioni isolate, prive di vita spirituale.

A Sassari – 38mila abitanti circa per un territorio di oltre 60mila ettari, uno dei più vasti in Italia – si facevano ancora sentire gli effetti della lunga crisi provocata tra Ottocento e Novecento dall'infestazione fillosserica, dalla catastrofe bancaria, dalla guerra doganale seguita alla rottura dei rapporti commerciali con la Francia. Le condizioni paurose di miseria e di cattiva salute (tracoma, tisi, malaria) in cui versavano vasti strati popolari nel cuore storico della città, lo stato di abbandono di tanti bambini e ragazze, in cui s’imbatteva percorrendo le vie di Sassari, lo spinsero a coltivare, tra le tante idee, quella di un istituto per le bambine abbandonate: nasceva così il Rifugio Gesù Bambino a queste appunto dedicato, spostato in seguito e ampliato grazie a un terreno donato dal Comune. Superiore della casa della Missione di Sassari e direttore delle Dame di Carità, era incessantemente impegnato nella predicazione nelle missioni popolari. Percorse l’isola in lungo e largo più volte, a piedi, a cavallo, in macchina e in treno, circondato da una fama cresciuta nella linfa di un contatto vivo, familiare, gioioso con la gente, che lo cercava in Seminario, alla Casa madre delle suore, alla missione.

A metà degli anni Venti, le conferenze vincenziane di carità, associazioni di volontari per l’assistenza ai derelitti e agli indigenti erano 150. Si spingeva ovunque, fino alle contrade più lontane da Sassari: durante i lavori di sbarramento del fiume Coghinas e la costruzione della diga pernotta con i 1.500 operai. È qui che si ammala di quei reumi che, come scrive, in una lettera privata non gli consentivano «di salire il più piccolo scalino». Ma niente riesce a fermarlo, neppure la malattia: nel 1930 è costretto a una lunga degenza in Ospedale, e nel 1934 una probabile artropatia lo costringe a muoversi per le vie della città su un calessino trainato da un asino. Non lo inducono a rinunciare a un faticoso viaggio verso Arzachena, precisamente il 13 ottobre del 1937, la terribile cefalea, le vertigini, primi segni dell’emorragia cerebrale che lo avrebbero portato alla morte di lì a qualche giorno, il 23. La notizia del suo decesso fece il giro dell’isola in poche ore e il giorno del funerale, in Duomo, un’immensa fiumana di gente, arrivata da ogni dove – dicono le cronache del tempo – lo acclamò come “santo”. Il processo di beatificazione di Padre Manzella è ancora in corso.

WsStaticBoxes WsStaticBoxes