La Nuova Sardegna

lo spettacolo di CADA DIE  

“Raptus”, il teatro contro la violenza sulle donne

di Roberta Sanna
“Raptus”, il teatro contro la violenza sulle donne

CAGLIARI. Il passato è davvero passato? O certi modelli dei miti sono presenti in senso antropologico e come archetipi, e continuano a condizionarci soprattutto riguardo alla violenza di genere? È la...

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CAGLIARI. Il passato è davvero passato? O certi modelli dei miti sono presenti in senso antropologico e come archetipi, e continuano a condizionarci soprattutto riguardo alla violenza di genere? È la tesi argomentata in “Raptus - dal mito greco al femminicidio” nuova produzione Cada die con Rossella Dassu con la regia di Alessandro Lay in scena sino a ieri per la giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

Strutturato in forma quasi processuale, lo spettacolo propone agli spettatori di assumere il ruolo di corte, mentre l’autrice e attrice sintetizza quelli di avvocato, pubblico ministero e opinione pubblica nella figura del coro greco, e si incarica di dar voce alle testimonianze di alcune figure del mito. Così Euridice, moglie di Orfeo, il cantore che ottenne la possibilità di condurla fuori dagli inferi e poi la perse, contravvenendo, all’ultimo, al divieto di voltarsi, può finalmente esprimere il suo punto di vista, rimpiangere di essersi lasciata “vivere e morire in uno sguardo”, di aver passivamente accettato le limitazioni imposte in quanto donna, per essere figura marginale, censurata in scena da un campanello che zittisce il suo prender consapevolezza. E fu davvero una sorta di raptus, a far voltare Orfeo, o piuttosto un gesto volontario? Lui sembra confermare che in fondo più che Euridice cercava se stesso, e cantava per l’immortalità della propria arte. Intanto, come un’interferenza, brani di una telefonata, in cui una madre tenta di convincere la figlia a lasciare il marito violento, si insinuano ripetutamente nello spettacolo. Il gioco scenico della Dassu funziona, e così la sua interpretazione, forte di argomentazioni scritte con intelligenza e proposte con autorevolezza ed ironia, e di finezza del disegno dei personaggi.

Attraverso questa alternanza comincia a nascere nella coscienza del pubblico/corte la consapevolezza che l’omicidio atavico è prima di tutto quello perpetrato contro il femminile in quanto genere. Alla testimonianza di Clitennestra, adultera e uxoricida di quell’Agamennone che sacrificò la figlia Ifigenia per ottenere vantaggi nella guerra di Troia, segue quella del loro figlio Oreste. Sorta di clown con naso rosso e collare elisabettiano di Amleto, si muove dietro il banco degli imputati come un burattino, e come tale racconta la sua vendetta contro la madre. Non raptus ma regolamento dei conti del patriarcato, attraverso le sue mani. Nelle conclusioni il discorso si fa incalzante aggiungendo all’elenco degli esempi mitologici che avvalorano la tesi, nomi e cognomi della più attuale cronaca nera, tragica lista di alcune delle tante vittime di femminicidio, uccise da mariti, compagni, ex fidanzati, suoceri e figli.

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