La Nuova Sardegna

Nei borghi “spariti” un prezioso scrigno di ricordi e memorie

Nei borghi “spariti” un prezioso scrigno di ricordi e memorie

«Le idee che le rovine suscitano in me sono grandiose», scrisse Diderot. Tre secoli dopo su Instagram abbiamo l'hashtag #ruinporn, uno dei tanti che celebrano il feticismo per i luoghi abbandonati....

5 MINUTI DI LETTURA





«Le idee che le rovine suscitano in me sono grandiose», scrisse Diderot. Tre secoli dopo su Instagram abbiamo l'hashtag #ruinporn, uno dei tanti che celebrano il feticismo per i luoghi abbandonati. Insomma, l'entusiasmo per le rovine è tutt'altro che passato: anzi, sembrerebbe in aumento. Le rovine diventano sempre più mete turistiche e immagini da condividere col mondo. Ogni giorno, centinaia di migliaia di persone, armate di smartphone o fotocamera, pubblicano scatti di fabbriche abbandonate, paesi fantasma, ville nobiliari decadute, chiese, stazioni di benzina, miniere, orfanotrofi e ospedali. Qualsiasi cosa, purché in macerie. Ma cosa ci dicono questi luoghi, cosa raccontano? Una domanda alla quale risponde il volume “I villaggi scomparsi e i luoghi abbandonati”, quinta uscita della collana “Tesori nascosti di Sardegna”, in edicola da domani a 8,70 euro oltre il prezzo del quotidiano.

PICCOLE E GRANDI STORIE. Alcuni di questi luoghi sono muti. Poche tracce rimaste. Altri invece sono contenitori di storie, scrigni di memoria, e raccontano fallimenti imprenditoriali, crisi demografiche, epidemie o alluvioni, carestie, faide familiari e rivolte contadine. Non ci raccontano “un'altra Sardegna”, ma la Sardegna: punto. In tutte le sue piccole e grandi storie. A volte non è necessaria la mitologica caduta di un grande impero per farci riflettere sulla precarietà della condizione umana. È vero: i poeti e i pittori romantici contemplavano i resti delle antiche civiltà scomparse perché quelle rovine celebravano la grandezza e il fallimento dell’essere umano. Ispiravano l'introspezione, la nostalgia, il malinconico senso di perdita e la percezione che tutto ciò che è umano è effimero. Ad esempio lo scrittore Washington Irving passò diversi mesi nell'Alhambra di Granada a inizio ‘800, un tempo la gloriosa capitale dei mori andalusi, poi decaduta, semi distrutta e abbandonata. Per Irving le rovine di quel grandioso impero tramontato erano una metafora perfetta della fragilità e della provvisorietà di ogni impero.

LA POESIA DELL’OBLIO. A noi oggi sono sufficienti dieci minuti in una discoteca degli anni '90 o in una qualunque pizzeria chiusa qualche estate fa per giungere alle stesse conclusioni. Anzi, più l'abbandono è piccolo e temporalmente vicino al nostro vivere e più ci colpisce, perché in qualche modo ci riguarda. Zone residenziali in cui perfino i cartelli “affittasi” sono abbandonati e ricoperti di polvere e guano, parchi acquatici, alberghi, complessi turistici, fino a villette e singole abitazioni private. #ALL_IS_ABANDONED, dice un altro hashtag. Esplorare un paese abbandonato da pochi decenni e trovare i vestiti dei vecchi abitanti negli armadi, i calendari appesi alle pareti e la caffettiera sul fornello, come se fosse stata messa sul fuoco poco fa, dà l'impressione che l'oblio sia sempre più vicino e che ci stia incalzando. Quasi iniziamo a sentire il fiato del tempo sul collo, come se la prossima casa abbandonata potrebbe essere la nostra. Un fenomeno molto diffuso in Sardegna e in generale in tutte le aree interne d’Italia, dove nei paesi in via di spopolamento è frequente vivere tra case diroccate, come gli ultimi leggendari custodi, ormai quasi fantasmi in attesa dell'abbandono definitivo.

DAL NURAGHE ALLA PISCINA .Eppure, se guardiamo meglio, notiamo che molti dei luoghi apparentemente abbandonati raccontati dal volume in edicola con La Nuova sono ancora vissuti. Sparisce la comunità ma restano singole persone. Scomparsi anche gli ultimi sopravvissuti, può esserci ancora qualcuno che frequenta il posto, un pastore, un contadino, un senzatetto: le funzioni degli edifici cambiano, quelli che erano salotti diventano stalle, ovili o porcilaie, depositi per attrezzi, case occupate, mentre i tetti sfondati vengono colonizzati dagli uccelli e la vegetazione avanza. Quando lo spopolamento è definitivo e sfocia nell'abbandono senza apparente possibile ritorno diventa interessante proprio per le tracce che lascia dietro, indizi di quelle piccole e grandi storie che dicevamo. Il vuoto creato dall'assenza umana stimola il racconto, la narrazione.

SGUARDO LARGO. Allargando lo sguardo, sollevando l'occhio dall'obiettivo della fotocamera e osservando il territorio intorno a noi, notiamo cose più complesse: esiste una stratificazione temporale. Il nuraghe e il villaggio turistico, l'hotel abbandonato e il paese medievale, l'antico mulino e il capannone fatiscente, case abbandonate e case ancora vissute. Tutti insieme formano tasselli di un mosaico difficile da comporre eppure intrigante proprio nel suo essere confuso, stratificato, enigmatico.Ma nelle foto di rovine che vediamo apparire quotidianamente spesso si omettono coordinate geografiche o qualunque altro dettaglio che le identifichi. Le rovine diventano così semplici oggetti estetici, luoghi senza identità e senza storia, catturati perché aderenti a certi canoni fotografici e trasformati in vaghi simboli della memoria, della nostalgia, della caducità, annullando completamente ciò che sono ora, come se non esistessero al di fuori di quella foto. Ma è una nostra illusione cristallizzare l'abbandono in un momento, osservare il territorio come un grande e ordinato museo. Come abbiamo visto, non è esattamente così.

MILLE VITE. I luoghi di cui parla il quinto volume della collana della Nuova hanno avuto più vite e forse ne avranno ancora; vite dai destini del tutto imprevedibili. Ci sono posti abbandonati che sono stati recuperati e poi di nuovo abbandonati. Lifting architettonici hanno dato per qualche anno un nuovo aspetto a vecchi edifici, ma è bastato aspettare poco tempo per vedere apparire le prime crepe nelle quali le piante hanno cominciato a insinuarsi. Il destino sembra ovunque quello dell'ineluttabile abbandono, ma questo, a quanto pare, non è motivo di disperazione: è un memento mori che non ci spaventa affatto. Tutt'altro. L'esistenza di hashtag come #ruinporn e molti altri similari dimostra che i posti abbandonati più che deprimerci ci entusiasmano, oggi come ai tempi di Diderot. Forse perché, per sfuggire a un presente incerto, è confortante immergersi tra le rovine: è la rivincita di noi vivi sui morti. Del presente sul passato, ancora per un attimo. Finché la casa a finire su Instagram, accuratamente desaturata e taggata, sarà davvero la nostra.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Sos sicurezza

In acqua nonostante la bandiera rossa, super lavoro per i bagnini: decine di salvataggi nelle spiagge dell’isola

di Redazione Web
Le nostre iniziative