Quel pianeta sospeso nel vuoto e così fragile

I 50 anni di un’immagine che ha fatto la storia Bill Anders la scattò con un’Hasselblad 500EL

segue dalla prima



I funerali di Robert Kennedy e Martin Luther King parevano celebrare anche quelli dei movimenti per i diritti civili. Ma sei anni prima il presidente John F. Kennedy aveva lanciato la sfida: conquistare la Luna, e farlo entro la fine del decennio. L’epopea era in pieno svolgimento.

Il 21 dicembre aveva avuto inizio quello che il New York Times definiva come «il viaggio più fantastico di tutti i tempi»: la missione Apollo 8 era partita da Cape Canaveral con tre astronauti che dovevano arrivare a circa 70 miglia dalla Luna, orbitarle attorno dieci volte e tornare a casa sani e salvi: test fondamentale per lo sbarco da effettuare nel luglio seguente. Nessun equipaggio aveva fino ad allora abbandonato il campo gravitazionale terrestre, né alcun umano aveva visto fino ad allora il lato nascosto del satellite. Alla vigilia di Natale Frank Borman, Jim Lovell e Bill Anders facevano la quarta delle loro orbite alla velocità di un chilometro e mezzo al secondo.

Scattavano fotografie in bianco e nero della superficie lunare quando Anders esclamò: «Oddio! Guarda laggiù! C'è la Terra in arrivo!». Azzurro e splendente, il pianeta sbucava dietro l’orizzonte. «Ehi, non scattare – scherzò Borman: – non è nel programma». Anders rise, ma non c’era molto tempo: si fece passare un rullino a colori e con l’Hasselblad 500EL scattò “Earthrise”, il sorgere della Terra. La brillantezza e i colori, il contrasto con il desolato orizzonte lunare, la fragilità di quella sfera sospesa nel vuoto cosmico contribuirono a fare della foto un’icona del Ventesimo secolo e della coscienza ambientalista.

A peste, fame, et bello, libera nos Domine! Per millenni le paure dell’umanità sono state le stesse: epidemie, fame, guerra. La gioia e la speranza per la fine del secondo conflitto mondiale si trasformarono in breve nell'incubo dell’atomica. Ma già negli anni ‘50 si diffondeva la percezione di altri pericoli. C’è un cartone animato Disney, “Donald Duck the litterbug” nel quale Paperino diviene il simbolo del peggiore insetto che abbia abitato la Terra: l’uomo, capace di devastare il pianeta riempiendolo di rifiuti e consumando risorse. Nel 1962 Rachel Carson pubblicava “Primavera silenziosa” rivelando i danni irreversibili del DDT e dei fitofarmaci sull'ambiente e sugli esseri umani. In una fase in cui la chimica stava dando uno straordinario contributo a migliorare la resa dei campi, la Carson scriveva che attraverso la catena alimentare l'uso indiscriminato dei prodotti di sintesi produceva effetti imprevedibili e irrimediabili. Ma la presa di coscienza fu limitata agli ambienti intellettuali e liberal.

Anni dopo saranno “shock negativi” a stimolare la percezione dei rischi ambientali e la riflessione sui modelli di sviluppo: nel 1976 il disastro di Seveso, dieci anni dopo la nube radioattiva di Chernobyl. La foto dell’Apollo 8 fu invece un formidabile shock positivo, una specie di selfie della Terra il cui significato venne sintetizzato da Ernst Stuhlinger, allora direttore scientifico della NASA: «Ci ha aperto gli occhi sul fatto che la nostra Terra è una bellissima e preziosa isola sospesa nel vuoto, e che non c’è altro posto in cui vivere se non il sottile strato di superficie del nostro pianeta, circondato dal nulla scuro dello spazio. Mai così tante persone si erano accorte prima quanto sia limitata la nostra Terra, e quanto sarebbe pericoloso alterare il suo equilibrio ecologico».

Chi ci vide il sublime kantiano, chi Nietzsche, chi il “Cantico del gallo silvestre” di Leopardi, chi il narcisismo dell’uomo che ancora si crede al centro dell’Universo: come dire che noi umani siamo ciò che accade quando gli atomi di idrogeno si evolvono per 13,7 miliardi di anni per chiedersi da dove vengono e dove vanno. L’equipaggio dell’Apollo 8 si affrettò a scattare quella foto perché quella sfera azzurra era bella e semplicemente casa: le proprie famiglie che speravano di riabbracciare, il Natale che celebrarono qualche ora dopo leggendo in diretta tv i versi iniziali della Bibbia e chiudendo il collegamento augurando «Buona notte, buona fortuna, buon Natale. Dio benedica tutti voi, tutti voi su questa buona Terra».

Il 1968 fu anche l’anno di “2001 Odissea nello spazio” di Kubrick. In una intervista pubblicata qualche mese prima della missione Apollo 8, il regista formulò forse il miglior commento a una foto ancora da scattare: «L’aspetto più spaventoso dell’universo non è il fatto che esso sia ostile, ma che sia indifferente. Se riusciamo a fare i conti con questa sua indifferenza e se accettiamo le sfide della vita nei limiti imposti dalla morte, la nostra esistenza, come esistenza della specie, può avere un senso e uno scopo autentici. Per quanto vaste siano le tenebre, sta a noi procurarci la luce».



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