Gad Lerner: «Un’Italia tra identità posticce e razzismo»

Il giornalista sabato ospite a Cagliari del Festival LEI per parlare di retorica delle radici, migrazioni e globalizzazione

SASSARI. Identità forzate e poi distorte, degenerate in momenti di razzismo, xenofobia e maleducazione amplificate dai social network ma presenti già da tanto tempo con gravi colpe degli operatori dell’informazione che hanno sdoganato un certo tipo di linguaggio e comportamento. Gad Lerner, giornalista che ha affrontato nella sua professione tutti questi problemi e in altre situazioni li ha vissuti sulla propria pelle per via della sua storia personale(è nato a Beirut da una famiglia ebraica), sabato a Cagliari sarà protagonista del Festival LEI con un incontro sul tema “Equilibrio e forza di gravità. Un’allocuzione pre-scientifica mirante a dimostrare che gli esseri umani (per fortuna) non hanno radici” in programma al Teatro Massimo con inizio fissato per le ore 20.

Parlare di retorica delle radici in un contesto come quello isolano può in qualche modo essere rischioso e per questo Gad Lerner premette di essere «consapevole di giocare in trasferta, venendo in Sardegna a parlare dell’abuso delle identità. In realtà mi avvicino con grande rispetto e grande consapevolezza dell’identità isolana e del sentirsi nazione, con un fattore importante come quello della lingua. Tutto questo lo rispetto e mi ci confronto con la mia cittadinanza plurale: sono un cittadino italiano che dentro di sé porta identità plurali derivate dalle migrazioni precedenti dei miei genitori e dei miei nonni. Credo che la mia esperienza sia assai comune tra i sardi, quello che non si deve fare è cadere nell’esasperazione identitaria, un’illusione che porta alla trasformazione di questa identità, che diventa una trincea di fronte ai cambiamenti. La sardità deve essere rispettata senza però farla diventare un’armatura».


Quello dell’identità nazionale in questi tempi di grandi migrazioni è diventato uno dei temi più dibattuti, per di più in toni piuttosto accesi, degli ultimi anni: come si è arrivati a questa situazione?
«L’esasperazione è il frutto della volontà di voler attribuire ai flussi migratori il malessere che l’Italia vive in questo momento. Il nostro paese sta attraversando un momento di stagnazione, è indubbio, e le cause sono ben altre. Ho letto da poco un saggio di Luca Ricolfi che fotografa perfettamente la società italiana: in nessun altro paese così avanzato il numero delle persone che non lavorano è superiore a quelle che lavorano, l’età media della popolazione cresce e questo porta a erodere lentamente la ricchezza attraverso consumi di massa significativi. Situazione che per funzionare crea una serie di infrastrutture tremende a danno dei più deboli come gli stessi migranti, che diventano determinanti in alcuni settori come l’agricoltura e altri servizi e dove le bassissime retribuzioni sono la quotidianità».

Da qui a un’esplosione di momenti di razzismo il passo è stato breve: la sensazione è che, purtroppo, il razzismo sia stato non creato ma risvegliato e in qualche modo fosse già presente.
«A riaffiorare e stata una cultura molto diffusa sin dalla formazione dell’Italia unita: noi italiani siamo vittime delle altre potenze che vogliono depredarci e sfruttarci, siamo un’Italia proletaria che anche quando vince le guerre ha le sue vittorie mutilate, siamo noi le vere vittime del razzismo. Così arriviamo all’attuale complotto mondiale che racconta di flussi migratori controllati dai poteri finanziari attraverso il sostentamento alle Ong in una sorta di alleanza tra poteri forti e poveretti. Insomma, la versione contemporanea della cultura vittimistica».

Com’è possibile che in questa trappola cada gente insospettabile, nel senso di persone in possesso di una certa cultura e intelligenza?
«Si rischia di invadere il campo della psicanalisi e non è una competenza mia, credo che dipenda dal bisogno di rimuovere il disagio che si prova quando ci si confronta col disagio degli altri. Una sorta di alibi morale che ci vede a metà frontiera: in qualche modo bisogna dire che i migranti non stanno peggio di noi».

A veicolare tutto questo è una comunicazione urlata, soprattutto attraverso i social media che hanno assunto un ruolo rilevante
«Indubbiamente c’è l’utilizzo di un linguaggio di denigrazione e scherno nei confronti dei poveri non meritevoli, mentre i poveri italiani sono meritevoli. Non focalizziamoci però sui social, che non hanno fatto altro che amplificare qualcosa che già c’era. Questo discorso dilagava già in certi programmi televisivi e in una parte dei giornali: a un certo punto è diventato non solo lecito ma anche liberatorio esprimere senza freni i cattivi sentimenti, come si fa nel privato, a casa, nei bar e nei negozi. Abbiamo visto titoloni molto simili a quelli del secolo scorso sulla difesa della razza, si rifiutava il politicamente corretto anche perché la cosa produceva consenso. Il giornalismo ha molte colpe perché si è adeguato, gli opinionisti in televisione sono diventati delle vere e proprie star».

A contrapporsi a questo modo di fare è nato il movimento delle sardine: che cosa ne pensa?
«Le sardine hanno il merito di aver portato allo scoperto e fatto emergere uno stato d’animo diffuso: l’imbarazzo. Imbarazzo che per anni la gente si comunicava sotto voce. È emerso il voler dire che l’Italia non è questo, perché tutti noi quando affrontiamo i problemi seri della vita non lo facciamo utilizzando il turpiloquio. La vedo come una reazione liberatoria al fatto che non ci si debba insolentire per forza. Mi chiede se avranno un seguito? Penso che lo avranno nel senso di una ripresa di coraggio da parte delle persone che in questi anni sono state intimidite dal fatto di vedere i politici restare subalterni, bloccati dalla paura di perdere consenso dicendo certe cose. Il seguito sarà riprendere a dire che noi in Italia accogliamo perché un atteggiamento che viene dalla volontà di diverse culture come quella cattolica e quella di sinistra».

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