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Innovativo senza esagerare è un Trovatore che funziona

SASSARI. Con il Trovatore di Giuseppe Verdi si è conclusa al Teatro Comunale (oggi alle 16.30 la replica) la stagione lirica del De Carolis, che avrà come epilogo l’atteso concerto lirico-sinfonico...


25 maggio 2022 di Antonio Ligios


SASSARI. Con il Trovatore di Giuseppe Verdi si è conclusa al Teatro Comunale (oggi alle 16.30 la replica) la stagione lirica del De Carolis, che avrà come epilogo l’atteso concerto lirico-sinfonico del 13 (replica 14, fuori abbonamento, e 15), costruito intorno alla prestigiosa partecipazione del tenore Francesco Demuro. Per il più controverso dei tre titoli che costituiscono la cosiddetta ‘trilogia popolare’ verdiana, il De Carolis ha scelto la strada del nuovo allestimento, che forse ha deluso chi ama i cosiddetti spettacoli ‘tradizionali’, ossia quelli che reiterano le convenzioni – anche sceniche – che costituiscono per certi aspetti il sale della lirica. In qualche occasione le innovazioni, soprattutto se provocatorie, hanno il solo scopo di far parlare di una nuova produzione, a prescindere, come le tante opere riambientate nel Terzo Reich senza un plausibile motivo. Questa volta però l’operazione aveva una sua coerenza, e bisogna dare atto al regista Roberto Catalano, allo scenografo Emanuele Sinisi, alla costumista Ilaria Ariemme e al light designer Fiammetta Baldiserri di aver concertato un bello spettacolo, ricco di suggestioni visive e di relazioni simboliche.

L’allestimento è fondato su pochissimi elementi estremamente efficaci sul piano della comunicazione, riconducibili essenzialmente ad un palco spoglio, ricoperto di cenere nera, simbolo costante di un passato che il fuoco ha incenerito nel trauma di Azucena che ha visto la madre, assassina del proprio figlio, morire sul rogo, e ad un disegno appena tratteggiato – subito proiettato agli occhi dello spettatore – che suggerisce un’immagine prospettica di un’architettura rinascimentale, simbolo di una bellezza abbozzata e poi compromessa irrimediabilmente dal corso della storia: il tutto giocato su un drammatico contrasto tra le tenebre e la luce, tra il nero e il bianco dei costumi. Il direttore Roberto Maniàci ha condotto il dramma assicurando un buon equilibrio tra il tessuto strumentale e la trama vocale, modulando colori e dinamiche rispettose del dettato verdiano, sostenendo la cantabilità delle innumerevoli ballate e imprimendo un’adeguata veemenza alle cabalette.

Il palcoscenico nel complesso funziona molto bene. Antonio Corianò, con il suo timbro fresco e la sua baldanza vocale è un Manrico quasi perfetto, capace di interpretare quell’eterno mito della gioventù che Verdi sembra aver voluto rappresentare nel personaggio. Chiara Isotton dal canto suo, fatti salvi alcuni vezzi e qualche intemperanza vocale, delinea una Leonora di notevole spessore drammatico, mentre Silvia Beltrami, nel ruolo di Azucena, superate le incertezze dell’esordio nel celebre ‘Stride la vampa’, fa valere la sua personalità delineando con grande proprietà di mezzi la zingara ossessionata dal ricordo della madre e del figlio e assetata di vendetta, passando con disinvoltura dall’introspezione al canto aggressivo. Anche Dario Solari (Conte di Luna) e ancor più Francesco Leone (Ferrando) si disimpegnano bene nei rispettivi personaggi; completano degnamente il cast Maria Bagalà (Ines), Enrico Zara (Ruiz), Stefano Arnaudo (Vecchio zingaro) e Claudio Deledda (Messo).

Un cenno a parte merita l’ottimo apporto del Coro del De Carolis, preparato a dovere da Antonio Costa, impeccabile nell’assicurare varietà di toni e coesione vocale.



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