Giovanni Maria Angioy, l'esilio a Parigi dell'eroe della Sarda rivoluzione: le storie mai raccontate

Il ritratto di Giovanni Maria Angioy in un murale a Orgosolo

Adriana Valenti Sabouret ha ricostruito le vicende dei ribelli in esilio: amicizie, sepolture e forse un amore tra Giò Maria e Catherine

Adriana Valenti Sabouret è un’elegante signora parigina, capelli biondi e stile d’Oltralpe non svelano le sue origini mediterranee, è, infatti, una siciliana di Siracusa. Vive fra Parigi e Alghero con il marito e i loro tre figli. Arrivata giovanissima a Parigi ha insegnato alla Scuola Italiana “Leonardo da Vinci” e al Liceo Internazionale di Saint-Germain-en-Laye è stata incaricata di missioni culturali dal Ministero degli Affari Esteri Italiano.

Ma la voce delle isole non l’ha mai abbandonata e traducendo il romanzo di Giuseppe Masala, “Une simple formalité” scopre la Sardegna e nel 2007 deciderà, dopo dieci anni in cui «s’impregna di quest’isola misteriosa», di scrivere un romanzo che fonde la sua ammirazione per Honoré de Balzac con l’anima della Sardegna: “Le rêve d’Honoré”, già pubblicato a Parigi dalle Éditions du Panthéon.

Così madame Adriana scopre un pezzo importante della storia sarda che ha il suo epilogo nella Parigi dei primi dell’Ottocento. Città che offre il rifugio agli esuli della “Sarda rivoluzione”. Uomini colti e coraggiosi che si stringono intorno alla figura di GioMaria Angioy. Adriana Valenti Sabouret si è messa sulle tracce di queste figure, con un obiettivo: restituire alla storia il loro impegno di giustizia, scoprire i segni lasciati in Francia, come e dove vissero, chi conobbero e amarono e dove furono sepolti, perché i sardi e tutti coloro che amano la libertà potessero portare un fiore sulle loro tombe.

L’11 settembre del 2019 Adriana scopre la tomba di don Michele Obino al cimitero parigino del Père Lachaise. È la prima grande vittoria a cui ne seguono altre. Una ricerca fatta con competenza scientifica, una grande volontà e la sensibilità da romanziera, capace di intuire l’animo, di vedere uomini e donne oltre il personaggio. Persone, non nomi e date in un archivio, passione politica e amori. Esseri umani che si animano e vivono nel romanzo sugli anni parigini di Gio Maria Angioy che Adriana Valenti Sabouret sta terminando di cui possiamo anticipare il probabile titolo: “Madame Dupont”.

Quello che Adriana Valenti Sabouret ha scoperto nelle sue ricerche a Parigi è una rete vitale di contatti, uomini che condividono le stesse idee di modernità, coinvolti nella grande storia contemporanea: il tentativo di convincere la Francia, non più giacobina, nell’impresa della conquista dell’isola, per rianimare la “Sarda rivoluzione”. Sogno di un piccolo popolo schiacciato dall’accordo tra grandi nazioni. C’è Angioy che scrive il suo Memoriale, ritrovato in originale anch’esso, Catherine Dupont che lo ospita, il medico innovatore Pietro Antonio Leo, di Arbus. Il prete Michele Obino, figura di spicco dei moti del 1795. Pierre-Louis Ginguené, politico, giornalista, diplomatico, poeta, Christophe Saliceti, agente della Repubblica francese, tutti amici di Angioy. Uomini e donne vivi come la loro passione, non più sconfitti dimenticati in fosse comuni.

Come è nata la passione sulla “sarda rivoluzione” ? «Nel 2016 lessi un breve romanzo di Giuseppe Masala “Una semplice formalità”. Il tema mi piacque molto e proposi all’autore di tradurglielo e pubblicarlo a Parigi dove GioMaria era morto in esilio povero e ammalato. Fui molto colpita dal fatto che un vostro eroe riposasse qui. Allora cominciai ad appassionarmi alla sua vicenda e ad eseguire ricerche presso i cimiteri parigini. Lessi anche parecchi libri sull’argomento. Qualcuno, antico e ormai introvabile, mi fu prestato da amici sardi».

Dove e come è cominciata la sua ricerca? «Negli Archivi Nazionali di Pierrefitte-sur Seine, gli Archivi di Parigi, quelli diplomatici e la Bibliothèque Nationale de France, per citare le mie principali fonti. In parallelo, mi recavo nei cimiteri Père Lachaise, Montmartre e Montparnasse per inoltrare le ricerche sulla sepoltura di Giovanni Maria Angioy. Fu mentre visitavo gli uffici di conservazione del primo cimitero che lo scrittore e sociologo lussurgese Nicolò Migheli mi chiese di cercare anche la sepoltura di don Michele Obino e del dottor Pietro Leo, entrambi morti a Parigi, il primo nel 1839 e il secondo nel 1805. E il mio piccolo esercito di rivoluzionari esuli a Parigi s’infoltì».

Cosa ha scoperto? «La scoperta senza dubbio più emozionante è stata quella della tomba di don Michele Obino o Michel Obino, come fu registrato qui a Parigi. Dapprima trovai il certificato che annunciava lapidario la morte di Michel Obino avvenuta il 6 gennaio 1839 nel secondo arrondissement di Parigi. Il certificato, tuttavia, non m’illuminava sul luogo della sepoltura. Consultai allora i registri di sepoltura presso gli Archivi Nazionali. Parlavano del cimitero del Père Lachaise e indicavano a fianco una breve descrizione del luogo: 11/a divisione o Bosquet de Lille, il sentiero da seguire, i nomi delle tombe contigue fra cui figurava quella del Target, un illustre membro dell’Académie française. Mi ci recai speranzosa, vagando fra lapidi spezzate, tombe seminterrate e ricoperte di muschio. Cercai per ore il nome di Obino ma invano. Decisi allora di chiedere aiuto alla conservatoria che effettuò ricerche d’archivio sotto i miei occhi, anche se non mi permisero fotografie. Scoprirono allora che don Obino non riposava nell’11/a divisione ma nella 7/a, quella che chiamiamo la divisione israelita del Père Lachaise. La concessione a perpetuità era stata acquistata da monsieur Simon Philippe. Il numero attuale della tomba è il 14PP 1839. Malgrado tale certezza assoluta, mi fu ancora difficile rinvenire la sepoltura in un dedalo di tombe antiche talvolta senza nome; vi pervenni però con l’aiuto di un simpatico impiegato del Père Lachaise che accettò di accompagnarmici. La tomba è riconoscibile per la presenza di un grande albero alle spalle e il nome leggibile Simon corrispondente ad alcuni membri della famiglia. Il nome Obino è illeggibile. Ho scoperto poi il passaporto che Gio Maria Angioy richiese all’età di 42 anni per trasferirsi in Francia, a Marsiglia per via di mare. Questo documento, rilasciato dalla municipalità di Genova, ci fornisce una sua descrizione accurata: altezza in pollici (misurava poco più di Napoleone Bonaparte e non erano bassi per l’epoca, malgrado la dicerìa su Napoleone), barba e capelli castagni, viso ovale pieno, naso mediocre, mento rotondo, occhi castagni. Altro documento che ho trovato è una lettera in cui il Ministro delle Relazioni Estere francese scrive al Ministro della Polizia Generale a Parigi per raccomandare il cittadino Angioy rifugiato. Ho scoperto anche un documento in cui si afferma che Madame Dupont pagò 20 franchi per la registrazione del corpo del defunto alla parrocchia di St Germain e 45 franchi per la messa e la tomba del Cavaliere Angioy. La cerimonia religiosa ebbe luogo nella Chiesa di Saint Germain l’Auxerrois a Parigi. Per quanto concerne l’indirizzo in cui l’Angioy visse per più di 9 anni presso Catherine Dupont, ho aggiunto un numero civico, il 3, ad un indirizzo già noto: rue Froidmanteaux, vicino al Louvre. Si trattava di un “hôtel meublé”, una sorta di albergo vicino al Louvre».

Le sue scoperte hanno cambiato l’idea che abbiamo dell’esilio dei Sardi a Parigi ? «Non in maniera rivoluzionaria. Si tratta di anni di cui molti documenti sono purtroppo andati perduti. Mi riferisco, ad esempio alle carte di Angioy che lasciò alla figlia Donna Speranza. Diciamo che il testamento di Angioy ci descrive un uomo cieco, lucido nella mente ma malato nel corpo al punto da far spostare il celebre notaio Legé al domicilio di Angioy. Soffriva probabilmente di diabete. La mia scoperta che Obino riposa al Père Lachaise va anche a rivedere l’affermazione del Cherchi Paba che lo voleva sepolto al Cimitero di Montmartre. Una mia scoperta riguarda Catherine Dupont. Mi è capitato di leggere qualche studioso affermare che sia la vedova del Capitano Dupont ma non è così. Di questi ho trovato la tomba al Père Lachaise. La sua data di morte non corrisponde con la vedovanza di Catherine. Inoltre, la moglie del Capitano Dupont era una nobile che riposa con lui nella cappella di famiglia».

Ci sono personaggi la cui vicenda appare più chiara ? «Indubbiamente, anche se sappiamo poco su Catherine Dupont, possiamo escludere che sia la nobile vedova del Capitano ma una locandiera parigina dal grande cuore originaria di Arces-sur-Gironde, nel sud-ovest della Francia. Una donna interessante, il suo affetto nei confronti di Angioy mi fa pensare che il loro fu un rapporto molto stretto, forse perfino un amore. La immagino una donna dell’epoca, colta e impegnata, non dimentichiamo che proprio allora nasceva la massoneria femminile, la “maçonnerie des dames”. Catherine non ebbe timore di arrivare fino a Sassari per rivendicare il lascito di Angioy, con una dura battaglia legale con le figlie di Gio Maria. Su Obino sappiamo che celebrava messa tutte le mattine nella Chiesa di Saint-Roch, a Parigi. Sul dottor Pietro Leo, – pioniere dell’utilizzo del vaccino antivaiolo nell’isola molto prima di altre realtà, nel 1801 – ho scoperto che i suoi funerali si svolsero nella Chiesa di Saint-Sulpice e che era morto in una locanda sita rue Pierre Sarrazin. Fu inumato alle 5 di sera dopo 26 ore dal decesso, il 9 maggio del 1805».

Come si colloca l’esperienza della Sarda rivoluzione nella storia dell’epoca? «In maniera assolutamente naturale. La Sardegna non era culturalmente isolata. Le idee illuministiche e rivoluzionarie si erano diffuse in maniera capillare tramite l’ intellighenzia sarda. La società sarda del Settecento non era né immobile né impermeabile ai sussulti della storia dell’epoca. Perfino la Chiesa era percorsa da fremiti antifeudali e i villaggi non ne potevano più di subire angherie secolari. In questo delicato contesto le notizie di quanto succedeva in Europa arrivavano da Oltremare».

Cosa si dovrebbe fare per capire e onorare queste figure? «Innanzitutto, da insegnante, mi piacerebbe che la storia di questi martiri venisse studiata nelle scuole sarde, vedere più strade, viali, monumenti a loro intitolati piuttosto che a delle figure che non amarono e non capirono il popolo sardo. A Parigi, mi piacerebbe che si deponesse una targa sulla tomba di Obino che ha già avuto visitatori sardi come il sindaco di Scano di Montiferro Antoni Flore Motzo e la moglie Gloria Chessa. Una targa con il suo nome e la scritta “Patriota sardo” faciliterebbe il riconoscimento della tomba da parte dei visitatori.

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