«Una muraglia di soldati morti per salvarci»

Da venerdì in edicola con la Nuova il terzo volume della collana: “La chiave dello zucchero” di Giacomo Mameli 

Pubblichiamo un brano dal libro di Giacomo Mameli “La chiave dello zucchero”, da venerdì in edicola con la Nuova per la collana Scrittori di Sardegna 2020 al prezzo di 7.50 euro oltre il costo del quotidiano.

* * *di GIACOMO MAMELI

Il primo a dare l’esempio, ad andare a prendere i morti salvavivi, era stato Angelino. Aveva preso per le gambe un ragazzo di Arezzo del nostro battaglione e lo aveva messo sul terreno dove, un po’ con le mani nude un po’ con una vanga che ci passavamo a turno, avevamo scavato una fossa lunga due metri e profonda uno. Si faticava molto perché il manico della vanga era diventato lungo meno di un metro ed era duro ammucchiare sabbia perché, se c’era vento, quella sabbia te la mandava dentro la bocca e nelle orecchie come fossero pallini da caccia minuta. E tu a spalare di nuovo. Angelino era andato a prenderne anche un secondo di morto. Si chiamava Giovanni Luparetti, era di Grosseto, si era sposato il giorno prima di partire militare. Sotto la tenda, in una notte di tanti racconti, ci aveva detto: «Ho abbracciato mia moglie Gilberta una sola notte, la notte del matrimonio».

Ascolto eguardo nel vuoto. Penso a una ragazza del mio paese, sono fermo, disperato, chissà a quanto batteva il mio cuore. Angelino mi urla: «E vai a prendere qualche morto anche tu, brutto stronzo, perché resti lì a guardare come un fesso? Ce ne sono quanti ne vuoi di morti, sbrigati».

Gli spari cessano e io vado. Ma tremo. Venti metri faccio. Cammino nella polvere, i piedi quasi affondano nella sabbia, il vento mi spara la sabbia negli occhi e nelle orecchie. Anche nel naso mi entra la sabbia. Vedo un altro moribondo,forse era l’autista dell’autocarro, Luca si chiama. Luca di Lucca mi aveva detto di chiamarsi. Gli chiedo come sta e non mi risponde. Spira pronunciando Giulia, lo stesso nome di quella che sarebbe diventata mia moglie, mentre tento di trascinarlo per portarlo nella nostra trincea. Mi muore tra le mani, un respiro lunghissimo dopo tanti rantoli, sangue sulla faccia e sulla gamba destra, mamma mia com’erano gli occhi. Occhi bianchi. Giulia forse era la moglie, o la fidanzata. Lo prendo per i piedi, lo trascino, faccio come avevo visto fare ad Angelino che urla: «Non metterlo sopra Luparetti, mettilo a fianco, così il muro di morti diventa più lungo e siamo più sicuri. Bisogna alzarlo molto il muro dei morti, più morti nel muro vuol dire più sicurezza per noi, muro alto deve essere se ci vogliamo salvare la pelle». Per un po’ non lo sento Angelino e ho paura. Sento spari. Ma poi, menomale, riprende a urlare: «Una muraglia alta di molti morti dobbiamo fare, chissà quanto tempo dovremo stare qui, non si vede nessun comandante, dove cazzo sono andati a nascondersi, neanche il sergente c’è, solo i soldati devono morire?»

Ne avevo già preso otto di morti, portati a tiratira sulla polvere in mezzo al vento forte del deserto egiziano. Avevo preso anche un inglese, forse quello che comunicava con la radio perché anche la radio la teneva attaccata alle altre armi in una specie di grande giberna-cartucciera. Avevamo calcolato che, dopo le raffiche, passavano – come vi ho detto – tre minuti. Di notte le raffiche illuminavano anche il terreno e così potevamo regolarci. In quei tre minuti bisognava far rifornimento di cadaveri. I più erano italiani e tedeschi. Ma il muro lo avevamo fatto anche con tanti inglesi. E forse anche australiani e delle altre nazioni in guerra mondiale. Mica guardavamo la carta d’identità. Era un muro mondiale di morti di tutto il mondo. Io ero arrivato a prenderne dodici, man mano che la fila si alzava era difficile sistemare il morto sopra gli altri cadaveri perché ogni tanto qualche morto cadeva e bisognava rimetterlo a far da barriera. Avevo anche il tempo di pensare a che cosa avrebbe detto mia madre se mi avesse visto abbracciare i morti per metterli nel muro fatto di altri morti. Dovevamo incastrare i cadaveri, sistemarli di lungo e di traverso per fare presa fra loro. Angelino ne aveva messo quindici, sette di lungo e otto di traverso, sì, a incastro. Con noi c’era un soldato di Agrigento, Carmelino Collippèri. Lui ne aveva sistemato diciotto, era forte, cantava in siciliano allegro anche quando prendeva il morto, si caricava il morto in spalla e dalla spalla lo sgroppava sulla muraglia degli altri morti. Sempre cantando. Soldati uccisi dalle bombe e dalle mitragliatrici ne aveva preso anche Sissòa, un caporale del mio paese, della mia stessa età, giovane finito in guerra, nella carta d’identità faceva Murgia Vittorio. Sissòa all’inizio tremava come me, più di me. E piangeva. Poi aveva preso le misure giuste. Aveva costruito una seconda fila di morti così la barriera di protezione era diventata ancora più sicura. Ricordando il linguaggio di un suo zio muratore diceva: lo faccio largo un metro il muro, così è più forte. E al riparo della muraglia avevamo maggiori probabilità di restare vivi. Sissòa lo aveva ringraziato un sergente che comandava il nostro piccolo gruppo, sergente Gemelli Genesio di Frosinone. Alla fine il nostro muro di morti salvavivi era diventato lungo almeno venti metri e alto due metri e mezzo. Non vi so descrivere il rumore sordo delle pallottole che finivano sui corpi dei morti ammazzati. Mai avevo sentito rumori simili. E spero di non sentirne più.

Quel giorno, anche quella sera e quella notte – l’ho saputo molto tempo dopo – era il primo giorno della seconda battaglia nel deserto nordafricano di El Alamein, nell’anno di guerra 1942 con inizio datato 23 ottobre. I nemici pronti, con 1100 carri armati, 220.000 tra soldati e ufficiali, ma l’armata italo-tedesca di cui facevo parte nulla sapeva.

E parte un massacro che era durato fino al 4 novembre. Si era anche saputo, ma molto tempo dopo, che un altro finimondo era stato scatenato nella zona della costa mediterranea, fra El Daba, Ghaza e Sidi Abd el Rahman. Ce n’era stata un’altra di battaglia, a luglio, quella che mi aveva visto molto attivo a far barriere di morti mischiati per nazionalità. Altra carneficina di italiani, inglesi, tedeschi, ancora australiani mi avevano detto, guerra mondiale era davvero, ogni giorno la convinzione cresceva.

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