La torinese misteriosa insegue il suo destino in un angolo dell’isola

Nel romanzo di Giulio Neri “A tie solu bramo” un affresco  in chiaroscuro sulle esistenze dei singoli e la società

Pubblichiamo le pagine iniziali del romanzo di Giulio Neri “A tie solu bramo”

* * *di Giulio Neri

Questo paese è noto per i vini fermi, e per un’ospitalità che dispensa pecorino, salumi tagliati a coltello e arrosti maniacali. Eppure, in ormai due mesi Clelia non è ingrassata, anzi, sembra deperire ogni giorno di più. Vaga nei dintorni della piazza con l’eskimo stinto e i pantaloni infilati negli anfibi; si porta dietro libri e sigarette. Passa in biblioteca di lunedì all’apertura e fa scorta di romanzi lunghi. Il primo, “Morte a credito”, deve ancora restituirlo.

Ieri si è trattenuta in sala-lettura a consultare l’almanacco dell’Ottantasei. Ha scelto il banco più appartato, vicino alla finestra oscurata dal cisto.

«Quel cespuglio va potato», ha detto Alfredo accendendo i neon. Con le donne arranca, ma se c’è aria di battaglia persa diventa intraprendente: a mezza mattina si è di nuovo fatto avanti con il thermos del caffè; Clelia però non ne ha voluto, ringraziando con affabilità e quasi scusandosi.

È sui cinquanta, biondiccia, con una treccia laterale da amazzone del nord. Dicono abbia vissuto all’estero; e la si immagina, ragazza, praticare una lingua straniera con il vocabolario esitante ma caparbio di chi non vuole rinunciare a nulla. Ora quella tenacia bisogna rintracciarla nelle forme smagrite, angolose, supporla nel vuoto sotto i poveri indumenti. Un’intercapedine che la isola da qualsiasi possibilità carnale. O forse no.

Prima di chiudere, Alfredo ha ritentato: «Io pranzo qui, ho frittata di piselli e vino buono. Se ti va di restare…». Lei ha posato una mano sull’almanacco, come a nasconderlo: «Facciamo lunedì prossimo? Oggi Veniero mi aspetta per il coniglio alla cacciatora, e c’è la moglie che frigge animelle».

«Sì, conviene star dietro alle fritture di Tzia Mundicca – ha detto Alfredo –. Ma lunedì che viene… La considero una promessa!».

Quando se n’è andata, lui ha subito preso la fiaschetta del vino buono, e dato un’occhiata all’almanacco. Quello dell’Ottantasei, in verità, è fra i più monotoni, nonostante gli scavi a S’accorru diretti da un archeologo della Columbia University: «Una ventata d’internazionalità».

In aprile c’era stata la visita di un onorevole che, di ritorno dallo zuccherificio di Villasor, aveva pranzato alla locanda con l’assessore all’Agricoltura. I dettagli enogastronomici dell’incontro (capretto e fave, due bicchieri di Carignano a testa) prevalevano su quelli di una «tematica» all’epoca molto dibattuta, e cioè la «concreta possibilità» di includere il paese nel comprensorio irriguo (ma l’acqua per i campi non è mai arrivata e gli agricoltori, a tutt’oggi, sperano nella pioggia).

In agosto, l’incendio alla vigna di Mahfuz rappresentava l’episodio clou. Nell’articolo si riferiva di come il viticoltore egiziano, «detto Il Faraone», avesse domato «l’inferno» a torso nudo, battendo le fiamme con un «ramoscello d’ulivo»; e si insisteva sui simboli biblici di un’azione «non solo temeraria, ma salvifica»: il cronista, la buonanima di Tonino Ghirra, è stato diacono a San Mauro, e ha imboccato ostie per oltre mezzo secolo prima di impiccarsi.

Poi, una serie di eventi minori, come la proiezione de “L’albero degli zoccoli” sul lato integro della chiesa campestre di San Vito, o i fuochi d’artificio a Capodanno, dalla terrazza di Villa Masala. Simili aneddoti non possono che tediare il forestiero, ma Clelia aveva trascorso l’intera mattinata a leggere.

Non per curiosità, pensa Alfredo, né per gusto etnografico.

In lei, semmai, c’è un desiderio di approfondimento che denota rispetto, perché essere accolti in una comunità impone di studiarne la storia, e la gente, senza giudicare.

Ciononostante, in paese Clelia è malvista. Tutti, chi più chi meno, la scansano. Alcuni dicono che se n’è venuta da Torino per mischiarsi ai sempliciotti della vita campagnola e organizzare chissà quale malesa.

In lei avvertono il pericolo della città e della femmina emancipata, nel senso di istruita e nubile; una che non ha tanto denaro, ma quanto basta per non chiederne e pagarsi vitto e alloggio; una che soggiorna da Veniero, nella locanda covo di senegalesi, pelandroni gurgugnao mantenuti dalla Unione Europea. Il risentimento per un assistenzialismo che taglia fuori «i sardi» rientra in complessi atavici, e sconfina nella congettura triviale. Clelia, infatti, avrebbe deciso di star lì «per i negri».

La Torinese ha mantenuto la promessa: uno spuntino in cortile sugli scanni di paglia. Alfredo aveva da offrire noci, pane di semola, melagrane; un passito di cui s’è versata due bicchieri scarsi. Beve con lentezza, mangia senza appetito e parla quasi niente, più che altro domande sul paese.

Alfredo gliel’ha descritto evitando abbellimenti, perché è un vecchio che si sfoga appena può. Case basse e squadrate, di nudo intonaco; un paio d’alberelli nel giardino-rimessa; il camino acceso solo d’inverno, ché siamo al fondo di una valle, in pieno ristagno, e anche il maestrale arriva fiacco.

«In giro c’è pochissima gente… – ha notato lei –. Persino in piazza, solo anziani in bicicletta».

«Sì, ogni tanto ne investono uno».

La via Roma, un chilometro dalla chiesa di San Mauro al benzinaio, è un pezzo di statale con lampioni e bar; vi transitano corriere e mezzi pesanti, verso Cagliari o Iglesias, sempre osservati da capannelli di ubriaconi con il boccale in mano.

«Quanti siete?» ha domandato Clelia.

«Milleottocentoventisei, all’ultimo censimento».

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