Dai romanzi allo schermo l’Italia di Sciascia

Dal “Giorno della civetta” a “Todo modo” un rapporto lungo con grandi risultati

Nel 1984 Giuseppe Tornatore curò per la sede Rai Sicilia un programma sugli scrittori siciliani e il cinema (a curare il montaggio e il sonoro Gianfranco Cabiddu). Invitato a esprimere un giudizio sui film tratti dai suoi libri, Leonardo Sciascia premise che non parlava come scrittore, ma come spettatore: «Quando un autore cede la sua opera al cinema, deve prepararsi a vedere un’altra cosa rispetto al libro che ha scritto. Così io mi ritengo, tutto sommato, fortunato: dai miei libri sono venuti fuori dei buoni film, che hanno avuto il merito di proporre il tema della mafia alla coscienza degli italiani».

SICILIA E MAFIA. Di Sciascia sono diventati film quasi tutti i romanzi (tra gli altri, “Il giorno della civetta”, “Todo modo”, “A ciascuno il suo”, “Cadaveri eccellenti”, “Porte aperte, “Una storia semplice”), diretti e interpretati da alcuni fra i nomi più importanti del cinema italiano: Damiani, Rosi, Petri, Amelio, Claudia Cardinale, Marcello Mastroianni, Gian Maria Volontè. Non tutti i film parlano di mafia, ma la scrittura, l’analisi e l’impegno contro il fenomeno mafioso hanno accompagnato tutta la vita dell’autore, fino alla polemica degli ultimi anni ’80 sui “professionisti dell’antimafia”. D’altronde, prima del «Giorno della civetta» (1961) l’unica opera sulla mafia era stata la commedia omonima scritta da Giovanni Alfredo Cesareo nel 1921. All’origine del successo dei film di mafia, al di là dell’essere un sottogenere del popolare “poliziesco”, è quella che Ugo Pirro (sceneggiatore del «Giorno della civetta» e di «A ciascuno il suo») definiva «facilità per lo spettatore di comprendere il modello di vita siciliano». Uno stereotipo, dunque: che consentì di poter avviare la macchina produttiva di numerosi film con la ragionevole garanzia di un positivo riscontro di incassi.

PUBBLICO NUOVO. Tra il 1960 e il 1964 escono alcuni titoli fondamentali della storia del cinema italiano, tutti ambientati in Sicilia: «Il bell'Antonio» di Bolognini, «Il Gattopardo» di Visconti, «Divorzio all’italiana» e «Sedotta e abbandonata» di Pietro Germi, «Salvatore Giuliano» di Rosi. Solo quest’ultimo parla di mafia, e si rivolge con uno stile asciutto, documentario, alla prima generazione che si affaccia alla vita pubblica senza aver vissuto la guerra. Un pubblico che inizia a interessarsi a opere di “impegno civile”, realizzate in coincidenza con una diversa attenzione ai temi del sottosviluppo e della criminalità meridionali. Attenzione stimolata anche da eventi quali, nel giugno 1963, la strage di Ciaculli: culmine della cosiddetta prima guerra di mafia (sette uomini delle forze dell’ordine uccisi da un’autobomba) che favorì l’avviamento della Commissione parlamentare antimafia, istituita su proposta di Ferruccio Parri.

FATTI E LINGUAGGIO. Ma, al di là dell’interesse tematico, il cinema guardò a Sciascia anche per motivi strutturali. Pirro sottolinea che i suoi libri «hanno una struttura che è facilmente riducibile al linguaggio cinematografico». Per Francesco Rosi «raccontando “fatti” l’autore si è preoccupato di analizzarli, cercando di mettere in relazione cause ed effetti: e questo appartiene molto al linguaggio cinematografico». Ed è lo stesso Sciascia a dichiarare: «I miei libri sono già sceneggiature. Nei miei anni giovanili sono stato uno spettatore appassionato: la tecnica del cinema ha influito molto su quella del racconto scritto». Ricordi messi in fila nel saggio «C'era una volta il cinema», nel quale l’arrivo del cinematografo nella natia Racalmuto segna lo spartiacque verso la modernità (a quel mondo Tornatore avrebbe dedicato le migliori energie trasfigurandolo in «Nuovo cinema Paradiso»). Nessuno come Italo Calvino, nell’«Autobiografia di uno spettatore», ha chiarito quanto sia stato importante il cinema per quelli che erano adolescenti e giovani negli anni a cavallo della seconda guerra mondiale. Proprio Calvino, dopo aver letto il manoscritto del «Giorno della civetta», scrisse all’autore: «Sai fare qualcosa che nessuno sa fare in Italia: il racconto documentario su di un problema, con vivezza visiva, finezza letteraria, abilità, scrittura sorvegliatissima, gusto saggistico quel tanto che ci vuole e non più, colore locale quel tanto che ci vuole e non più, inquadramento storico nazionale e di tutto il mondo intorno che ti salva dal ristretto regionalismo, e un polso morale che non viene mai meno». Il severo editor dell’Einaudi aveva colto le potenzialità cinematografiche della scrittura di Sciascia mettendone a fuoco le qualità propriamente letterarie, prima e al di là che il cinema scoprisse l’autore siciliano.

ZAPPA AI PIEDI. Il prezioso documentario di Tornatore ci consegna anche, in poche pennellate, lati meno scontati di Sciascia: «Ora mi do la zappa sui piedi – dichiara –. Ritengo che da un da un’opera grande viene fuori un film mediocre, e da un libro mediocre può venir fuori un grande film». E – paradossalmente per un autore consacrato di soggetti per il cinema, ma da vero cinefilo – aggiunge «una certa diffidenza verso il cinema che si rivolge alla letteratura. Un soggetto cinematografico deve nascere autonomamente». Così è davvero interessante leggere «Questo non è un racconto. Scritti per il cinema e sul cinema» a cura di Paolo Squillacioti (Adelphi, € 13), pubblicato in questi giorni in occasione del centenario della nascita. Accanto a diversi scritti dispersi, il volume contiene tre soggetti inediti per il cinema, destinati a Carlo Lizzani, Lina Wertmüller e Sergio Leone. Mentre i primi due, sulla scia del successo dei libri e dei film degli anni ’60, mostrano identiche ambientazioni, ritmo e personaggi (in entrambi protagonista una donna come possibile impulso alla rottura dell’omertà mafiosa) il terzo pare una bizzarria.

PROMEMORIA. Una bozza di contratto mostra che nel 1972 Sciascia fu cooptato da Leone per la sceneggiatura di quello che avrebbe girato nel 1983 come «C'era una volta in America». Da una testimonianza di Vincenzo Consolo, presente a un incontro fra i due, si ricava che regista e possibile sceneggiatore “non si presero”, e la collaborazione sfumò. Il testo superstite è probabilmente una sorta di pro-memoria degli stimoli che Sciascia aveva necessità di mettere nero su bianco, e che hanno forma di dialogo. «Questo non è un racconto». «L'incipit è di Diderot». «Lo so. Volevo dire: questo non è un racconto, ma un soggetto per un film». «Ah, un soggetto». «A pensarci bene, non è nemmeno un soggetto». «E che cosa è, dunque?». «Una discussione su un soggetto. E la faremo noi». «Un soggetto di chi?». «Di Sergio Leone». «Avanti, raccontate».

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