Conformismo contro libertà, la rivoluzione femminista sconfitta da Ambra Angiolini

Donne piegate alle regole del gioco vigenti in cambio di riconoscimento sociale È la via maestra per depotenziare il movimento di emancipazione femminile

“Ripartire dal desiderio” (minimum fax, 2020) è l’ambizioso e intenso saggio di Elisa Cuter, dottoranda e assistente di ricerca alla Filmuniversität Konrad Wolf di Babelsberg, esperta di critica cinematografica e di questioni di genere. Fin dalla copertina, “Ripartire dal desiderio”, tessendo in modo semplice e sapiente psicoanalisi, filosofia, sociologia, cultura pop e cinema, ribalta molti luoghi comuni del femminismo mainstream e, chiedendosi se abbia ancora senso rivendicare un’identità storicamente costruita come subalterna, ci accompagna nel vivo di una critica radicale del moralismo che domina il discorso politico attuale . Partendo da “Non è la Rai” e dal fenomeno Ambra Angiolini, Elisa Cuter, mette al centro il processo di femminilizzazione della società che riguarda più livelli: il potere, il mercato, i singoli individui.

MONDO FEMMINILIZZATO. «Il processo di femminilizzazione di cui parlo – spiega – è una conseguenza dei mutamenti del nostro sistema produttivo: nell’occidente terziarizzato, in cui servizi, consumo e spettacolo assumono via via un ruolo centrale nell’economia e nella produzione dell’immaginario, il capitalismo ha saputo valorizzare e sfruttare qualità che prima erano relegate all’ambito privato della vita umana, e quindi appannaggio delle donne. Nel libro parto dal presupposto che il nostro stesso concetto di “femminile” è stato prodotto storicamente da quella divisione del lavoro che prevedeva l’esclusione delle donne dalla sfera pubblica, quindi questa femminilizzazione implica un’estensione a tutta la società di una condizione di subordinazione. In altre parole, la femminilizzazione, in questa congiuntura socioeconomica, è una precarizzazione generale».

UOMINI IN DISCUSSIONE. «Nella fase in cui le donne erano escluse dalla sfera pubblica – continua Cuter – erano considerate inferiori. Oggi invece rappresentano un avversario. Da un lato perché fanno parte del mondo del lavoro (quasi) quanto gli uomini, dall’altro perché anche quegli ambiti come il sesso e il privato, nei quali gli uomini non si sentivano messi in discussione, da cui non dipendevano per attestare il proprio valore, hanno assunto le stesse caratteristiche». E in questo senso Margaret Tatcher e Ambra Agiolini sono molto più simili di quanto appaiano: « Thatcher, la lady di ferro virilizzata che dimostra di poter essere dura quanto o più di un uomo, e Angiolini, seduttrice adolescente che per prima conduceva un programma in diretta. Fanno più paura delle femministe. Il mondo che prospettava larga parte del femminismo della seconda ondata prevedeva un cambiamento mosso da un ideale politico. Thatcher e Angiolini (a livello simbolico) erano invece donne che sottostavano alle regole del gioco vigenti, eppure vincevano: delle temibili concorrenti».

RISCHIO IDENTITÀ. In questo processo perverso di femminilizzazione, viene naturale porsi una domanda: è nato prima il patriarcato o il capitale? «Se ci concentriamo esclusivamente sul patriarcato come “peccato originale” dell’umanità– spiega l'autrice – rischiamo di accettare il capitalismo come sistema che consente di superarlo e di essenzializzare la condizione delle donne, ricreando delle dinamiche identitarie che di fatto ci allontanano dall’emancipazione reale e collettiva. È concettualmente più semplice riconoscersi in un’identità, a maggior ragione se questa identità è stata esclusa per secoli. Si spera di poter rappresentare un’alternativa al sistema vigente in virtù di questa esclusione, mentre ammettere che questa appartenenza a un’identità non è garanzia di emancipazione è molto più difficile, perché implica confrontarsi con il diverso. Non biasimo chi ci crede, se questa è una spinta all’azione, ma il rischio di ritrovarsi di nuovo ingabbiati nelle logiche dell’identità per me è troppo alto».

MASOCHISMO EROICO. Partendo da “Handmaid's Tale”, serie di grande successo tratta dall'omonimo romanzo di Margaret Atwood, “Ripartire dal desiderio” muove critiche importanti al paradigma vittimario, definendo quello di chi si abbandona a una visione compiacente, “masochismo eroico”: «Il senso di eroismo era generato proprio dall’insistere, nella serie tv, sui soprusi che le protagoniste subiscono. Unirsi a questa sofferenza, anche da spettatore, permetteva di espiare un senso di colpa, sentirsi a posto con la coscienza. Questo processo di espiazione a me sembra molto pericoloso. Mi piace parlarne ora che si affaccia un nuovo governo tecnocratico. Nel libro ho letto il successo che ha avuto la serie “Handmaid’s Tale” come una risposta contrita a quello che ha rappresentato l’elezione di Donald Trump nel 2016 per gli Stati Uniti. L’avvento dei populismi è stato vissuto con indignazione e stupore da quella parte di popolazione che lo riteneva (giustamente) impresentabile. Il fatto che a Trump si sia risposto con distopie che investivano nella rappresentazione della violenza, piuttosto che con alternative e proposte, mi ha ricordato quello che era successo in Italia con il governo Monti, come se dopo la sbornia individualistica rappresentata dal ventennio berlusconiano servisse una risposta “punitiva”, grigia, rispettabile. Ma questo non fa che amplificare il senso di nostalgia che si può provare per quell’epoca “scorretta”. Crea una pericolosa equazione tra libertà e fascismo. Questo è uno dei tanti modi in cui si declina l’attuale incapacità di immaginare un futuro anche nelle opere di finzione che produciamo e che consumiamo».

CHIAVE DI VOLTA. «Il desiderio – conclude Cuter – è di per sé sia sociale sia individuale, è questo il suo vantaggio da un punto di vista politico: ci ricorda sia che non siamo individui isolati e autosufficienti (desideriamo sempre qualcosa di altro da noi) sia che ognuno è diverso, desidera cosa diverse. Insistere sul desiderio potrebbe rappresentare la chiave di volta per immaginare l’uscita dal paradigma individualista neoliberale, rispettando però le diversità di cui è composta la società. Averlo sostituito con la morale è già un segno di quanto ci siamo rassegnati, di quanto ci sentiamo impotenti».



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