Berman rilegge il teatro musicale di Mozart
di Andrea Ivaldi
Lunghi applausi per l’esibizione del violinista, in concerto al Verdi con l’Orchestra Vivaldi di Venezia
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SASSARI. Prosegue al Teatro Verdi la Rassegna “I grandi interpreti della Musica” a cura della Cooperativa Teatro e/o Musica. Venerdì erano di scena il violinista russo Pavel Berman e l’Orchestra “Antonio Vivaldi” di Venezia, impegnati in un programma che esordiva con la Serenata per archi op. 20 del compositore inglese Edward Elgar, pagina del 1892 che gode a tutt’oggi di una buona popolarità in virtù della felice vena melodica e della raffinata strumentazione. Un classico esempio di arte vittoriana, la cui eleganza apparentemente superficiale nasconde inquietudini e preziosismi sui quali la lettura di Berman, caratterizzata da scelte di tempo moderate, ha efficacemente indugiato, ben coadiuvata dalla compagine orchestrale. Il programma è proseguito con il Concerto K 218 di Mozart, con Berman impegnato nella duplice veste di solista e direttore. Esecuzione solida e convincente, che ha trovato gli esiti migliori nel finale, pagina che ben esemplifica come la scrittura “concertante” in Mozart sia legata indissolubilmente a quella del suo teatro musicale.
Il violino di Berman diventa qui una sorta di versione violinistica della Despina del “Così fan tutte” a tratti seria, a tratti ammiccante, protagonista o semplice spettatrice di situazioni in cui la musica si fa teatro. Una lezione di stile quindi, che il pubblico ha molto apprezzato, prima del gran finale con la Carmen Fantasy del violinista spagnolo Pablo de Sarasate. In un’opera come questa, può risultare difficile accostare al fascino di una scrittura violinistica di grande effetto contenuti musicali paragonabili a quelli delle opere precedenti, ma forse, invertendo il precedente parallelismo fra musica strumentale e teatro, può aiutare immaginare i personaggi e le situazioni della Carmen di Bizet per una volta avulsi dal contesto drammaturgico e isolati in una sorta di bolla in cui tutto diventa monologo e si estremizza, rendendo le celebri melodie del compositore francese mero pretesto per una scrittura estrema e vertiginosa. Un gioco forse, ma riservato ai pochi che come Berman, possano sostenerlo superando le difficoltà con la leggerezza del grande solista, riuscendo a sollevare quello stupore che è l’anima del virtuosismo. Applausi e convinti e bis con Bach, Sarabanda dalla partita in si minore.
Il violino di Berman diventa qui una sorta di versione violinistica della Despina del “Così fan tutte” a tratti seria, a tratti ammiccante, protagonista o semplice spettatrice di situazioni in cui la musica si fa teatro. Una lezione di stile quindi, che il pubblico ha molto apprezzato, prima del gran finale con la Carmen Fantasy del violinista spagnolo Pablo de Sarasate. In un’opera come questa, può risultare difficile accostare al fascino di una scrittura violinistica di grande effetto contenuti musicali paragonabili a quelli delle opere precedenti, ma forse, invertendo il precedente parallelismo fra musica strumentale e teatro, può aiutare immaginare i personaggi e le situazioni della Carmen di Bizet per una volta avulsi dal contesto drammaturgico e isolati in una sorta di bolla in cui tutto diventa monologo e si estremizza, rendendo le celebri melodie del compositore francese mero pretesto per una scrittura estrema e vertiginosa. Un gioco forse, ma riservato ai pochi che come Berman, possano sostenerlo superando le difficoltà con la leggerezza del grande solista, riuscendo a sollevare quello stupore che è l’anima del virtuosismo. Applausi e convinti e bis con Bach, Sarabanda dalla partita in si minore.
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