1967. La verità poco eroica sulla morte di Atienza, che diventò bandito inseguendo il mito di Mesina

Miguel Alberto Atienza

L'ex legionario spagnolo morì in una grotta del Supramonte dopo 36 ore di agonia. Si disse che Grazianeddu avesse fatto arrivare un chirurgo da Nuoro per tentare di salvare l’amico. Ma fu tutto inutile. Il suo corpo fu trovato in un sacco

Ci sono storie che forse meritano di essere raccontate partendo dalla loro fine. Cioè da quel che resta di vite bruciate, dissipate, dopo una dissennata corsa verso la morte e dopo una disperata e inutile tragica ricerca di un futuro, smarrito in un orizzonte vuoto e senza speranza. La storia di Miguel Alberto Asencio Prados Ponte, detto Atienza, è una di queste. Lui, diventato bandito inseguendo il mito criminale di Graziano Mesina, finì i suoi giorni, dissanguato, in una grotta del Supramonte di Orgosolo, dopo una battaglia con una pattuglia della polizia nei ripidi pendii di Osposidda. Aveva 26 anni.

Fu sepolto nella nuda terra in un’ala dimenticata del cimitero di Sa ‘e Manca, a Nuoro. Nessuna lapide per lui. Neppure una croce. Solo un piccolo cippo di cemento ‘graffiato’ con il numero 196. Una damnatio memoriae, l’ultima e inutile condanna, secondo la quale doveva essere cancellato tutto di lui. Proprio come se non fosse mai esistito. Fu probabilmente una scelta ‘politica’. Nel senso che, in quegli anni confusi e violenti, nei quali veniva malamente mitizzata la figura del bandito, non si voleva rischiare che si creasse un pericoloso falso simbolo. E la prova è nel registro del cimitero di Nuoro, nel quale è scritto: ‘‘Persona sconosciuta di sesso maschile di Atienza Miguel Alberto”. Che è come dire: io non so chi sia, ma questo è il suo nome. Poi, nella stessa scheda, alla voce ‘Variazioni’, sono annotati altri dettagli: “Persona sconosciuta. Ritrovata la salma in zona di Orgosolo il 25 giugno del 1967 e portata a Nuoro per l’autopsia e identificazione. Si suppone Miguel Alberto Atienza”.

Però, come spesso accade, certi segreti non resistono a lungo. E infatti, ogni 2 novembre, una mano pietosa ha per anni deposto un mazzo di margherite bianche sul cippo numero 196. Qualcuno dice che fosse una donna, ma questa è solo una leggenda popolare. Nessuno sa chi davvero abbia regalato ad Atienza un misericordioso gesto di pietà umana. Lo scorso anno i resti del compagno delle avventure scellerate di Graziano Mesina sono stati disseppelliti e trasferiti nell’ossario comune. Quindi, alla fine, per lui non ci saranno più neppure quelle margherite bianche per ricordare che è vissuto. Che è esistito. Ma chi era questo spagnolo con la faccia lunga e sbilenca, due enormi orecchie a sventola e gli occhi da bambino? Di lui si sapeva solo quello che aveva raccontato Pedro Herraez, suo commilitone alla Legione straniera, a Bonifacio, e suo compagno di fuga verso la Sardegna a bordo di un gommone rubato.

Herraez disse che Miguel apparteneva a una delle famiglie più in vista di Madrid. Suo padre, l'ingegner Atienza, era direttore della metropolitana della capitale spagnola ed era un uomo molto influente nel regime franchista. Vantava addirittura origini nobili. Aveva vissuto con la famiglia in una lussuosa villa fino a quando, a 17 anni, lasciò la scuola per entrare nell'accademia militare. Poi accadde un fatto che segnò la sua vita: la morte della madre alla quale era molto legato. Miguel non accettò il nuovo matrimonio del padre e fuggì in Francia. Dopo aver vagabondato per qualche mese, conobbe alcuni reduci dell’Oas, l’Organisation armée secrète. Si trattava di un’organizzazione paramilitare clandestina che, tra il maggio 1961 e il settembre 1962, con una serie impressionante di attentati e di omicidi, cercò di fermare il processo di indipendenza dell’Algeria. Furono questi oscuri personaggi a parlare ad Atienza della Legione Straniera, della sua eroica tradizione militare e di quel legame ‘speciale’ di cameratismo che ti faceva sentire come in una ‘grande famiglia’.

Miguel si fece sedurre da quei racconti conditi da eroismo e coraggio e si arruolò nella Legione. Fu così spedito a Bonifacio, in Corsica. È qui che conobbe Pedro Herraez, spagnolo come lui, e ne diventò amico. Il giovane Atienza aveva un fisico atletico ed era dotato di una resistenza eccezionale. Per cui non lo spaventarono le difficoltà dell’addestramento e i campi di sopravvivenza nella base segreta della Legione, nascosta nella foresta di Valdoniellu. Quello che non sopportava era la ferrea disciplina della Legione. Anche Herraez si stancò presto di quell’ambiente. I due decisero così di fuggire. La Sardegna era là, ad appena undici miglia. E una notte lasciarono così la caserma, presero un gommone e sbarcarono a Santa Teresa. Da qui a Porto Torres e, dopo aver rubato un'auto, a Cagliari. Forse pianificavano di tornare in Spagna, ma questo non si saprà mai. La polizia li trovò addormentati dentro l’auto e li arrestò. Finirono nel carcere sassarese di San Sebastiano.

È qui che avvenne l'incontro con Graziano Mesina del quale Miguel diventò subito amico e che, l'11 settembre 1966, seguì nella sua rocambolesca fuga, diventando un fuorilegge. Ma lo stesso Pedro Herraez non sapeva che l’amico gli aveva raccontato non chi era, ma chi avrebbe voluto essere. Nella romantica rivisitazione della sua vita, Atienza disse infatti molte bugie. A cominciare dal suo nome. Non si chiamava infatti Miguel Alberto Atienza Ponte, ma Miguel Alberto Asencio Prados, nato a Madrid il 7 dicembre 1942 da Nicola Asencio Lopez e da Erminia Prados. Il padre non era il direttore della metropolitana, ma un semplice meccanico. Non c’era mai stata una villa lussuosa, ma solo un dignitoso appartamento al numero 10 di Paseos de las Delicias. La scuola prestigiosa, l'accademia, la sua adolescenza dorata trascorsa tra feste dell'alta società madrilena e lussuosi yacht esistevano solo nella fantasia e nelle parole di Miguel.

Solo una cosa era vera: la morte della madre e la rottura con il padre che si era risposato dopo poco tempo con una giovane madrilena, Carmen Castan. Il rancore verso il padre, dal quale si sentiva tradito, innescò una furiosa reazione. Prima i litigi e poi la fuga. Lasciò la Spagna e andò in Francia. Miguel era un giovane tormentato e fantasioso. Nella sua fuga dalla realtà e dal passato immaginava per sé una vita fatta di avventure, di azioni spericolate, di adrenalina. Era questo il giovane di nemmeno 24 anni che Mesina incontrò a San Sebastiano. Grazianeddu veniva invece da una storia violenta di odio e di sangue che lo incatenava fatalmente al suo paese, Orgosolo. Ma era anche un uomo sfrontato, temerario, in qualche modo carismatico. Miguel scelse il suo destino. Il legame che si creò tra i due diventò molto forte e il giovane spagnolo sentì che, seguendo Grazianeddu, la sua smania di avventura lo avrebbe portato lungo i sentieri della leggenda. Forse, poi, Mesina colmava quel vuoto esistenziale che lo inquietava da quando aveva rotto i rapporti con il padre.

E così, quando Mesina decise di evadere da San Sebastiano, a Sassari, Miguel lo seguì. Fu un anno furente. Mesina e Atienza e la loro banda misero a segno alcuni sequestri. Finirono nelle loro mani imprenditori come Mossa e Capelli. Poi, per lo spagnolo tutto finì a Osposidda, nello scontro a fuoco con una pattuglia di baschi blu. Miguel Alberto Asencio Prados morì in una grotta del Supramonte dopo 36 ore di agonia. Si disse che Mesina avesse fatto arrivare un chirurgo da Nuoro per tentare di salvare l'amico. Ma fu tutto inutile. Il corpo di Atienza fu fatto trovare qualche giorno dopo, avvolto in un sacco di juta, vicino a Orgosolo. Per anni la prima battaglia di Osposidda, dove morì il giovane avventuriero spagnolo, è rimasta avvolta dalla nebbia compiacente della retorica. Ricordata quasi come uno scontro epico tra lo Stato e i banditi, tra il bene e il male.

I due agenti siciliani caduti in quel drammatico scontro a fuoco, Pietro Ciavola e Antonio Grassia, furono onorati con funerali solenni. Come era giusto che fosse. Ma la storia di quel conflitto a fuoco, la vera storia, pone un dubbio atroce: quei due servitori dello Stato in divisa, due figli del Sud, avrebbero potuto salvarsi? Sì, perché dopo 47 anni di silenzio uno dei protagonisti di Osposidda decide di parlare e di svelare una verità meno eroica, ma più cruda e drammaticamente vera. Si chiama Giuseppe Virgona, oggi ha 77 anni e vive alla Maddalena.

È l’uomo che il pomeriggio del 17 giugno 1967 ferì a morte il braccio destro di Graziano Mesina. Era nei ‘baschi blu’ della Celere di Padova, spediti in Sardegna per combattere un banditismo sempre più sfrontato e violento. “Mi chiamo Virgona, Giuseppe Virgona – dice uscendo allo scoperto e spiazzando tutti –, sono l'uomo che ha ucciso Atienza nel conflitto a fuoco di Osposidda. Ho deciso di parlare dopo tutti questi anni perché è giusto che si sappia cosa è realmente accaduto quel giorno terribile e per denunciare l’ostracismo che è stato fatto dopo nei miei confronti. Quasi mi si facesse una colpa di essere sopravvissuto o di avere raccontato ai giudici la verità di quel giorno. E cioè che siamo stati lasciati soli a combattere contro la banda Mesina. Io, Ciavola e Grassia siamo stati abbandonati al nostro destino”.

I ricordi dell’ex poliziotto sono precisi e nitidi. Descrive tutto di quel tragico pomeriggio di tarda primavera, caldo e terso. Racconta della grande mobilitazione che si era creata dopo uno scontro a fuoco avvenuto alle 14, vicino a Orgosolo, tra una pattuglia di carabinieri e un gruppo di banditi. I fuorilegge erano riusciti a sganciarsi ed era stata così organizzata una gigantesca caccia all’uomo. Tra i banditi erano stati riconosciuti Mesina e Atienza. Racconta Virgona: ‘‘ Nella mia pattuglia eravamo in cinque. Oltre me, c’erano il brigadiere Martinelli, e gli agenti Ciavola, Grassia e Cellamare. Sono circa le 17 quando li vediamo. Sono quattro o cinque e vengono giù verso di noi, scendono guardinghi lungo il costone tra i cespugli di lentischio e di mirto. Quando sono arrivati a una ventina di metri, gli abbiamo intimato l’alt. ‘Andate via - ci hanno risposto loro - siamo carabinieri’. E noi di rimando: ‘Noi siamo Baschi blu’. ‘Venite avanti a fatevi riconoscere’. Ovviamente abbiamo subito capito il loro inganno. Ci siamo però resi conto che loro, dall'alto, si trovavano in una posizione di vantaggio e noi eravamo allo scoperto. Non c'erano rocce o muretti dove potersi riparare. Solo cespugli”.

Tra Baschi blu e banditi comincia così un dialogo a distanza. I minuti passano. È chiaro: i fuorilegge cercano di prendere tempo. Evidentemente stanno decidendo cosa fare: se aprire il fuoco o cercare di sganciarsi risalendo il costone. La pattuglia di Virgona è l’avanguardia di un piccolo contingente di poliziotti, una trentina, che si trovano 150-200 metri più a valle, giù verso il Rio Sorasi. Poi Virgona racconta come si scatenò l’inferno: “A un certo punto il brigadiere Martinelli ha gridato: ‘È una trappola, aprite il fuoco’! Io ero nella posizione più avanzata della pattuglia e ho fatto fuoco per primo con il mio mitra Mab. Lo ricordo benissimo: ho sentito un grido, poi un lamento strozzato provenire da dietro un cespuglio. Sì, in quel momento penso proprio di aver colpito Atienza”.

Improvvisamente il tempo sembra fermarsi e dilatarsi. È solo adrenalina, sudore e l’odore acre della cordite che avvelenava il profumo dolce del mirto. Il silenzio di Osposidda viene ferito ancora da colpi di fucile e raffiche di mitra. Poi ritorna la calma. ‘‘ Allora noi abbiamo gridato ancora ai banditi di arrendersi – ricorda Virgona –. Loro ci hanno detto di sì, ma restano nascosti. Ci siamo accorti che arretravano. Passava il tempo in questo strano e surreale dialogo tra noi e loro. Nell’aria c’è una tensione inaudita. Sono passate più di due ore dal primo contatto con Mesina e i suoi e ci rendiamo conto che i banditi stanno aspettando che si faccia notte per dileguarsi. Siamo in difficoltà, inchiodati in una posizione di netta inferiorità. A un certo punto il brigadiere Martinelli dice all’agente Cellamare: ‘Scendi a valle e chiama i rinforzi’. Quei rinforzi che incredibilmente non sono ancora arrivati, nonostante lo scontro a fuoco sia cominciato da quasi tre ore... Io, Ciavola e Grassia siamo a una decina di metri l’uno dall’altro. Siamo stanchissimi, tesi. Alle 20 si scatena l’inferno: Mesina tenta una sortita; sbuca come un diavolo dai cespugli sparando con un fucile mitragliatore”.

“La prima raffica mi sfiora la testa – continua Virgona –. Istintivamente rispondo al fuoco. Alcuni proiettili milacerano la mimetica. Mi butto a terra e rotolo fino a un macchione. Mi rendo subito conto che la mia tuta è ridotta a brandelli. È proprio in quel momento che perdo di vista Ciavola e Grassia. Sento ancora sparare e mi accorgo di avere quasi finito le munizioni. Sono le 20 ed è quasi buio. Sono stremato dopo tre ore di conflitto e svengo”. “Al mattino presto, intorno alle 6, sento delle voci: ‘Virgona! Virgona!’. ‘Sono qui’, rispondo ed esco dal cespuglio. Sono ancora confuso. Sento dire: ‘Ci sono due morti, bisogna avvertire il magistrato’. Mi sento invadere dalla tristezza quando vedo i cadaveri dei miei due compagni. Mi portano in ospedale. Sono prostrato. Il primo ad arrivare è un magistrato, il dottor Francesco Marcello. Mi chiede come sono andate le cose e io gli racconto tutto: la trattativa, il lungo conflitto, il ferimento di uno dei banditi e che nessuno per tutta la sera e la notte è venuto ad aiutarci”.

“Poi arrivano i superiori, il capo della Polizia Angelo Vicari, il prefetto, colonnelli dei carabinieri e questori. Ho sentito parole di circostanza, ma per me non c’era neppure una stretta di mano. Ho avvertito nei miei confronti freddezza, quasi ostilità. E la prima cosa che ho pensato è che la mia deposizione al magistrato avesse creato un problema. Sicuramente un grande imbarazzo nei miei superiori per la gestione assurda del conflitto”.

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