L’epopea per immagini di Luisu racconta la forza della Sardegna contadina

Con il suo lavoro il fotografo ha creato l’idealtipo dell’uomo postnuragico. Figura rimasta uguale da Omero a Virgilio, da Cesare Pavese a Giuseppe Dessì

Omaggio che è già nella copertina: un cartonato verde-rustico, lo stesso colore della campagna dove abita “luisu”, nome argentato in minuscolo del protagonista di un libro che, da una pagina all'altra, diventa summa del patrimonio bucolico della Sardegna. Con 42 immagini in bianco e nero, il mondo agreste lo ha reso il fotografo-pediatra ogliastrino Pietro Basoccu, rigorosamente nato a Villagrande, il paese tra Isàdalu e Monte Maòre.

Occhiali new style

C’è tanta campagna, tratturi e muretti a secco, zucchine, casolari e cancelli fai da te, cesoie e zappe, un telefonino pendente da un ramo al quale è attaccato a spago, cipolle e un gallo, erbe aromatiche, un campo in fiore dolcissimo per un riposo pomeridiano sotto il sole, e mani tutte rughe che hanno scavato il solco per le patate da semina. Anche un paio d'occhiali new style perché Luisu i suoi anni li ha, sicuramente più che ai 90 è vicino ai cento come si conviene per chi ha scelto di abitare in una delle zone più longeve dell'universo mondo. Ma non si sa se Luisu sia nato sotto Punta La Marmora. Basoccu – un altro professionista moto perpetuo della fotografia in Sardegna – ha voluto creare l'idealtipo del contadino postnuragico, rimasto uguale da Omero a Virgilio, da Cesare Pavese a Giuseppe Dessì. Luisu potrebbe essere sotto San Pantaleo del Sulcis o della Gallura, fra le tanche di Berchidda e Oschiri, sotto Tuttavista di Galtellì o nelle vallate tra Santulussurgiu e Paulilatino. Contadino è, sardo sicuro pure.

Venti righe

Nelle venti righe della presentazione Basoccu si appropria del Laerte dell'Odissea con Ulisse che al padre, vuol «dire anche le piante che un giorno mi desti, io ero un bambino, venendo dietro a te per il frutteto» dove «crescono i grappoli di tutte le qualità». Elogio della vita campestre con arte. Sandro Iovine, critico fotografico romano, è colpito da Luisu e da un uccellino che regge sul palmo della mano. Questa immagine lo rimanda a “Lo specchio” di Andrej Tarkovskij: seduto su un letto, sorregge un passero. Dice Iovine: «Le due fotografie hanno in comune solo il gesto e, forse, l'atmosfera, la fotografia combatte l'illusoria battaglia che ogni autore affronta tentando di interrompere il fluire inesorabile del tempo, cristallizzando istanti di silenzioso amore». Ancora: «Si scopre che tempo, spazio, individuo e natura possono fondersi in un unicum. Come diceva Regis Debray in francese magie e image hanno le stesse lettere. Per questo forse si continua a fotografare». Interviene anche il semiologo Franciscu Sedda: utilizza la disciplina che insegna nelle università sarde e in giro per il mondo per tracciare quasi un curriculum vitae di questo medico che forse passa più ore con gli obiettivi che con il fonendoscopio.

Ulivi secolari

Perché Sedda collega tutti i precedenti lavori di Basoccu a quest'ultimo gioiellino affidato editorialmente alla Soter Editrice di Villanova Monteleone griffata Tore Ligios maestro predicatore dell'importanza della fotografia, con un lavoro che nel corso degli anni ha dato davvero risultati eccezionali. Sedda cita “Rosa rosae”, “Affetti contemporanei” e “Gens Ilienses” per sottolineare che «è difficile non sentirsi addosso lo sguardo delle persone ritratte dal fotografo» nel cuore della Sardegna tra Gennargentu e Flumendosa. Perché Basoccu quasi è latitante nelle sue mostre e nei suoi libri, dà il ruolo al soggetto proposto in immagine e allo spettatore che lo guarda in una galleria d'arte, sotto gli ulivi secolari di Santa Maria Navarrese, nella piazza chiassosa di Tortolì o sfogliando riviste internazionali come “The Eye of Photography”, i magazine “Live Force” e “Shot me” oltre a “ArtApp” o tra le pagine del mensile diocesano L'Ogliastra.

Ampio respiro

E perché non ricordare “Fioridicarta”, dove Basoccu, come avesse scritto in un editoriale di ampio respiro, certifica la speranza e la morte del sogno industriale con una cartiera dove più che le leggi dell'economia hanno prevalso i traffici del malaffare e della truffa.

Ed emerge così il valore politico e di denuncia del foto-giornalismo. Scrive Sedda: «Chiavi, tubi, cassette, rotoli di carta, sedie, vetri, lamiere, caschi, vecchi poster, appunti, santini elettorali: qui sono gli oggetti stessi a guardarci, anzi a interpellarci, come se avessero un'impellente esigenza di intessere un dialogo, per riaffermare la loro identità ma ancor più per raccontarci una storia da troppi dimenticata. Come fiori nella spazzatura, che conservano le tracce di una relazione tanto intensa quanto apparentemente conclusa». Ma in Luisu non ci sono questi strazi tipo “Captivi”, questi affanni della quotidianità. C'è semmai la dolcezza degli altri lavori che rimandano all'arte della fata Maria Lai con il “Legarsi alla montagna” che diventava «gesto performativo, collettivo, esplicito».

Vita contadina

Luisu ha il volto della serenità d'animo. È come il latino Orazio che desiderava un campo «non ita magnus», non così grande, ma «vicino a una fonte». Gli bastava per vivere. La semplicità della vita contadina fa emergere anche «l'aspetto positivo, produttivo, sacrale», con un «legame d'intimità che si traduce in rispetto amorevole». Sì, Luisu è proprio l'emblema di chi ha sempre vissuto in campagna e per la campagna. Perché, lo ripetono tutti gli agricoltori, grandi o piccoli che siano, «la terra non tradisce mai, la terra ti dà sempre da vivere».



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