La Nuova Sardegna

27 gennaio

Tra oblio e memoria, nuove testimonianze su Zaira Coen Righi a quasi 80 anni dalla morte

di Elisabetta Francioni *
Zaira Coen Righi
Zaira Coen Righi

La professoressa di scienze allontanata dal Liceo “Azuni” di Sassari nel gennaio 1938 in quanto ebrea e morta nel 1944 in campo di concentramento

27 gennaio 2023
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MEMORIE FAMILIARI - Il nome di Zaira Coen, la professoressa di scienze allontanata dal Liceo “Azuni” di Sassari nel gennaio 1938 in quanto ebrea e morta nel 1944 in campo di concentramento, l’ho sempre sentito in famiglia fin da quando ero piccola. Mio padre, ex studente dello stesso liceo e più tardi insegnante di italiano e latino al Liceo scientifico “Spano”, ben più giovane di lei, ricordava spesso con doloroso stupore la sorte incredibile che le era toccata, tanto da dedicarle anni dopo una poesia. Per lungo tempo non si è saputo molto di questa storia, pure così eclatante per una tranquilla città di provincia: le notizie che circolavano a Sassari (alcune delle quali provenienti da un pronipote, anch’egli professore azuniano, Paolo Pinna Parpaglia) sono sempre state scarse e imprecise. Si diceva che Zaira fosse morta in data sconosciuta, probabilmente di fame e di sete, all’interno di un vagone abbandonato sui binari durante il viaggio che la portava al campo di concentramento. Una data e un luogo di morte, invece, esistono: queste e altre informazioni (non solo su Zaira, ma su altri membri della famiglia Coen) sono da tempo reperibili nelle schede presenti sul sito del CDEC (Centro di documentazione ebraica contemporanea), nonché nel Libro della memoria: gli ebrei deportati dall'Italia, 1943-1945 di Liliana Picciotto Fargion. I Coen pagarono un tributo altissimo: morirono nelle camere a gas ben tre delle cinque sorelle (Zaira, Ione e Norina), senza contare altri cinque parenti acquisiti. Tutti ad Auschwitz.

NUOVE TESTIMONIANZE – Nel corso degli anni mi è capitato di sentire ancora nominare Zaira Coen, in maniera del tutto inaspettata, da alcune persone (non sarde) che sapendomi nativa di Sassari mi hanno rivelato di conoscere qualcosa di lei o, cosa sorprendente, di avere un rapporto di parentela. Ed ecco allora affiorare ricordi, riannodarsi fili, ricomporsi i tasselli di un mosaico che via via diventava sempre più nitido. È successo così con Gabriella Nocentini, ex insegnante fiorentina, già membro dell’ANED (Associazione nazionale ex deportati), che conobbi anni fa in Sardegna: frutto di quell’incontro fu l’articolo Zaira, da Sassari al lager, scritto insieme per “La Nuova Sardegna” del 26 gennaio 2014. È successo così, ancora una volta casualmente e imprevedibilmente, con un’altra persona cui mi legano conoscenze comuni: Vera Carusi, vivacissima e colta signora che vive a Imbersago (Lecco) ed è pronipote di Rachele Coen, una delle sorelle di Zaira. Depositaria di alcuni documenti di famiglia, Vera li ha catalogati con scrupolo degno di un’archivista: fra essi, numerose foto (una ritrae Zaira e il fratello Gaddo, di dieci anni più giovane di lei, vestiti col costume di Osilo); cartoline di costumi sardi inviate da Zaira alla nipote Carla, la madre di Vera, che ne faceva collezione; notizie su attività professionali, matrimoni, città di residenza di quanti di loro furono deportati e di chi invece riuscì a sfuggire alla persecuzione razziale. Ma, soprattutto, ha ricostruito l’albero genealogico di Ernesto Coen, ingegnere ferroviario, e della moglie Erminia Rimini da cui si apprende che la coppia aveva sette figli (altri due erano morti in tenera età): Zaira, la maggiore (nata nel 1879) e poi Ugo, Ione, Rachele, Gaddo, Norina ed Egle. “Mia nonna Rachele si convertì al cattolicesimo - ricorda - e proprio nel 1938, quando furono promulgate le leggi razziali: in quell’anno sposò infatti Aldo Sarti, mio nonno, un ingegnere civile di religione cattolica. Quell’atto fu considerato dai familiari una sorta di tradimento, tanto che i rapporti di mia madre Carla (che educò me e mio fratello Roberto al cattolicesimo) con gli altri Coen erano come avvolti da un “non detto”. A noi non raccontarono niente: d’altra parte, quando seppero del triste epilogo, come spiegare a noi, bambini di due e cinque anni, che tre delle zie erano state bruciate in un forno?”.  Anche Roberto ha ricordato questo clima di reticenza in un libro di memorie familiari scritto nel 2017, dal titolo significativo: Cattolico di ventre ebreo. “La Ziazaìra. Da piccolo credevo che si scrivesse così: tutto attaccato, come Barbablù. Ma nessuno ne parlava mai, neanche la nonna, … che era sua sorella”. Secondo lui, forse Rachele Coen “si era fatta cattolica per non sentirsi estranea nella propria famiglia”: anche a distanza di tempo restò comunque “il timore che le ferite rimarginate potessero riaprirsi”.

FIRENZE PER ZAIRA – Nel giardino della Sinagoga di Firenze c’è un muro sul quale sono incisi i nomi di 248 ebrei deportati dalla città: tra essi famiglie intere, anche di dieci persone. Mi accompagna a vederlo un giovane della Comunità ebraica (altro incontro fortuito) che mi confida essere discendente di un ramo collaterale imparentato con Egle Coen. Fra le carte di famiglia, dice, c’è una cartolina inviata da Ione dal campo di Fossoli, (tappa della deportazione prima della partenza per Auschwitz): poche righe per dire che lei e Zaira stanno bene e che avrebbero bisogno di un pacco di biancheria. Scorrendo i tanti nomi sul muro, trovo finalmente Muggia Coen Jone e Righi Coen Zaira. Non è l’unico luogo di Firenze in cui compaiono: nel cortile del Palazzo Medici Riccardi c’è una grande targa inaugurata nel 2012 che elenca tutti i deportati dalla Toscana (857 ebrei e 964 politici) e un’intera parete, fitta degli stessi nomi, è anche nel Museo della deportazione di Prato. Sempre a  Firenze, il 13 gennaio scorso c’è stata la cerimonia della posa di due “pietre d’inciampo” per ricordare Zaira e Ione davanti alla casa in cui quest’ultima, rimasta vedova a Roma del marito, si era trasferita e dove Zaira l’aveva raggiunta. È qui che furono arrestate il 15 aprile 1944. Dunque, cosa abbastanza insolita, a Zaira Coen risultano oggi dedicate due di queste pietre: già una ne era stata collocata a Sassari il 26 gennaio 2021, per iniziativa dell’associazione femminile “International Inner Wheel-Sassari Castello”, davanti al numero civico 28 di piazza d’Italia, dove la professoressa aveva abitato col marito medico Italo Righi, di otto anni più grande di lei, fino alla morte di quest’ultimo avvenuta nel fatidico e tragico anno 1938.

SASSARI PER ZAIRA - Nel tempo, le iniziative con cui Sassari ha ricordato Zaira Coen Righi non sono mancate: prima fra tutte, nel 2001, l’intitolazione alla docente scomparsa dell’Archivio storico del Liceo “Azuni”, dove è stato ritrovato il suo fascicolo personale. Ogni anno, nel Giorno della memoria, il ricordo è d’obbligo e frequenti gli articoli sulla stampa locale e sul web; numerose anche le iniziative nelle scuole, non solo sassaresi (quattro anni fa una classe di Oristano ha piantato un olivo per Zaira, le ha dedicato una targa e ha realizzato un filmato, vincitore per la Sardegna di un concorso sui giovani e la Shoah). In tempi recenti sono stati scritti perfino due testi teatrali: Sembri dipingere di rosso le parole. Per Zaira Coen Righi (1879-1944), andato in scena nel 2019 all’Anfiteatro “Andrea Parodi” di Budoni (nel testo è inserito, sempre in forma romanzata, il personaggio di un’altra deportata sarda, Vittorina Mariani di Porto Torres, che sopravvisse al campo di sterminio di Bergen-Belsen), e Io sono Zaira Coen Righi e dal 1944… corro nel vento, rappresentato al Teatro civico di Sassari nel 2020 e disponibile su Youtube. Il Comune di Sassari ha ricordato la Coen più volte negli ultimi anni: una scheda biografica a lei dedicata è presente nella pubblicazione online del 2021 dal titolo Sassari nella storia…, nata - si legge nell’introduzione - “con lo scopo di far scoprire e riscoprire la storia di Sassari attraverso le persone di spicco che hanno un legame con la città e che hanno contribuito alla sua crescita culturale”. Tuttavia, a fronte di questo interesse, nessuna delle amministrazioni comunali che hanno guidato Sassari (di qualunque colore politico) ha finora ritenuto di intitolare una strada alla professoressa Coen, che non era sassarese ma ha avuto un posto importante nella storia cittadina. Un’iniziativa quanto mai opportuna potrebbe essere intanto quella di restaurare la piccola lapide posta anni fa dai parenti, a ricordo della sua tragica scomparsa, sulla tomba del marito.

LA LAPIDE – Nel cimitero di Sassari, entrando dall’ingresso di via San Paolo e girando subito nel vialetto a sinistra, c’è un grosso parallelepipedo di pietra viva sul quale è collocata una lastra di granito con il nome ITALO RIGHI. Sul sepolcro è anche una piccola targa di marmo bianco che recita: LA TUA ZAIRA / PROF. ZAIRA RIGHI COEN / AUSCHWITZ III. 1943.  La data è sbagliata: i documenti ci dicono infatti che Zaira Coen morì nei forni crematori l’anno successivo - precisamente il 23 maggio 1944 - mentre il 1943 è l’anno in cui fu deportata la sorella Norina (della quale, fra l’altro, non si conosce la data di morte). Ma a parte questo, ciò che colpisce oggi è lo stato deplorevole della tomba: cadute alcune delle lettere in bronzo che compongono il nome del defunto, quasi illeggibile la scritta che ricorda la sventurata consorte e tutto intorno erbacce. Sicuramente la tomba è visitata: lo provano i numerosi sassi poggiati sulla lastra, secondo l’uso ebraico della visita ai defunti che prevede l’omaggio non di un fiore, ma di un sasso. Pare ci sia un uomo che ogni tanto va a dare una pulita: qualcuno lo ha visto affaccendarsi lì intorno e gli ha chiesto se fosse della famiglia: “No, non sono un parente. Solo ogni tanto vengo qui e un po’ me ne occupo, perché mi dispiace che nessuno se ne curi”.

OBLIO E MEMORIA - Sono andata a cercare la tomba l’estate scorsa, volendo anche scattare una foto da inviare a Vera Carusi, che non l’ha mai vista: non essendo riuscita a trovarla mi sono rivolta all’ufficio informazioni del cimitero, chiedendo dove fosse ubicata la tomba Righi. Ebbene, la risposta sorprendente è stata che “in questo cimitero non c’è nessun Italo Righi”: io stessa ho potuto vedere coi miei occhi il file che scorreva sul video del computer, con i nomi di altri Righi ma non di Italo. “Ma come? Guardi che quella tomba esiste, l’hanno visitata in tanti, so che ci si arriva dall’ingresso secondario. C’è sopra una targa che ricorda la moglie, ha presente quella professoressa deportata ad Auschwitz di cui si è parlato tante volte a Sassari?”. Nessuna risposta. “Il Liceo Azuni, gli articoli sulla Nuova Sardegna, il Giorno della memoria… non le dice niente?”. “Mi dispiace, questa tomba non esiste”. Insomma, c’è ancora silenzio intorno a Zaira Coen. Tuttavia, mentre si scolorisce la scritta sulla lapide che la ricorda, il suo nome è ora inciso a chiare lettere davanti alle due case in cui ha vissuto: perché – come è scritto nel Talmud - “una persona viene dimenticata soltanto quando viene dimenticato il suo nome”. Quelle piccole targhe di ottone  sui marciapiedi delle nostre città sono un “inciampo” non fisico, ma emotivo e mentale:  invitano i passanti a riflettere su quanto accaduto alle vittime del nazifascismo, nel luogo simbolo vita quotidiana: la casa. Un invito a riflettere, per non dimenticare.

* bibliotecaria

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